per ranmaz
qualcosa sulla felicità.....
l'opinione di natoli
Sono Salvatore Natoli, insegno Filosofia della Politica alla II Università di Milano. Nei miei scritti mi sono occupato di tematiche riguardanti le passioni e gli affetti: in particolare, un mio libro tratta della felicità - ovvero il tema di cui discuteremo oggi - e si intitola: La felicità. Saggio di teoria degli affetti. Prima di cominciare il dibattito possiamo vedere una scheda di presentazione.
Nel tessuto dei concetti che descrivono la vita umana, la felicità è tra i più mobili e difficili da catturare, ma è anche il più immediato e irrinunciabile. A che cosa possono aspirare gli esseri umani se non alla felicità? Gli individui desiderano stare bene, realizzare le loro aspirazioni e vivere la propria vita. Come possiamo vivere e sentirci attivi e padroni di noi stessi, se siamo nel dolore o nella desolazione? Ma alcune morali, come quella cristiana, hanno incoraggiato invece l'autorepressione o la coltivazione di alcuni sentimenti, come i sentimenti di mitezza e di compassione e una disposizione al sacrificio e alla rinuncia e la moderazione o la vera e propria soppressione di altri, come l'orgoglio o l'ambizione o disposizioni rivolte alla realizzazione della propria natura. Lo scopo di tutto questo dovrebbe essere la virtù o la santità. Ma c'è posto, all'interno di questa visione, per la felicità? E' pure vero che noi, esseri umani non vorremmo neppure essere obbligati alla felicità come accade negli incubi delle cosiddette società perfette. Come, invece accade nell'immaginifico scenario de Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley, dove è impossibile provare dolore o avere apprensione per il domani o nutrire desideri non realizzati, situazione distopica che può portare, addirittura, al paradosso di desiderare per sé il "diritto ad essere infelici". La felicità realizzata, compiuta e perfetta non è più felicità "vera". Assomiglia più a una beatitudine, a una condizione angelica, che è forse solo una idealizzazione, dove mettiamo a tacere le nostre aspirazioni e le nostre ansie più profonde, anziché dare loro una risposta. Esiste, nel meccanismo della felicità, la necessità del contrasto, del passaggio da una condizione dello spirito a un'altra. Ci appaga il confronto, la comparazione dei sentimenti. E' per questo che la felicità appare spesso, solo in momenti isolati. La sua condizione duratura, quella che appartiene alle abitudini acquisite e agli stili di vita, sembra sempre di una qualità inferiore rispetto alla luce cristallina con cui ci toccano i singoli attimi di felicità, in cui il turbinio della vita, in cui siamo immersi, diventa, per un momento, soltanto lo sfondo. E un oggetto particolare, un volto, un gesto o l'immagine stessa della nostra intera vita balza alla nostra attenzione, si differenzia da tutto il resto e ci riempie completamente
STUDENTE: Si può affermare, senza dubbio, che la felicità corrisponda al sentirsi felici. Ma questo "sentirsi felici" può derivare da ciò che ci circonda, dalle persone che ci amano e da cui ci sentiamo amati o è soltanto uno stare in pace con noi stessi?
NATOLI: Ebbene: io partirei, per la mia considerazione, dalla sua formula: "La felicità è uno stato corrispondente al sentirsi felici". Ma le motivazioni per cui ci si sente felici, per cui si è in questa condizione, normalmente, non si conoscono mai, direttamente, nel momento in cui ci si sente felici. Sulle condizioni di felicità, in genere, ci si interroga quando si sta uscendo dalla tensione estrema alla felicità. La caratteristica propria del sentirsi felici è la percezione o il sentimento della propria illimitata espansione. I motivi per cui si entra in questo stato sono molteplici. Ora quello che è importante constatare, in un qualsiasi discorso che verta sul tema della felicità, è questo: in genere, quando si è felici, non ci si interroga mai sul perché si è felici. La felicità la si vive immediatamente. E, quando si esce da questo stato, da questo sentirsi felici, vissuto come sentimento illimitato della propria espansione personale, quando sussiste una relativa interruzione di questo movimento, allora ci si può chiedere: perché sono stato felice? Perché adesso lo sono di meno? Ecco, allora, verificarsi una trasformazione nel nostro stato di felicità, che da esperienza vede tramutarsi in meta. Allora, a quel punto, ci si interroga sulle condizioni, nella speranza di potere ricostruire le più idonee per tornare in questa espansione che si è sperimentata.
STUDENTESSA: Secondo lo psicoanalista Aldo Carotenuto la felicità si vive soltanto quando si è in relazione con gli altri, mentre si prova infelicità quando si è soli. Ci fa l'esempio della persona anziana che è depressa perché non ha più rapporti con gli altri. Secondo Lei si può essere felici anche vivendo da soli? Come si potrebbe spiegare, altrimenti, il comportamento di chi sceglie la solitudine? Non si rischierebbe, così, di arrivare a credere che la solitudine non possa mai nascere da una libera scelta?
NATOLI: Bisognerebbe riflettere approfonditamente su questo aspetto, perché se la solitudine fosse dovuta alla separazione, da questo punto di vista non potrebbe che essere un qualcosa che genera sofferenza. Se c'è una cosa che, per eccellenza, separa, questa è il dolore. Nel dolore noi siamo separati dalla vita degli altri. Chi soffre non può fare quello che fanno gli altri. Invece la felicità ha, come propria caratteristica fondamentale, la effusività, ossia la caratteristica di portare colui la stia sperimentando a sentirsi in armonia con sé stesso e con gli altri, in una parola: con l'ambiente esterno. Infatti, in genere, le immagini di felicità sono quasi tutte legate al simbolo del locus amenus, ossia de la natura che accoglie. Noi sappiamo, tradizionalmente, quanto la natura sia feroce. La natura produce le malattie. Gli animali sono realmente belli, a vedersi, ma se uno va in una giungla rischia di essere divorato da quelli più feroci tra essi. E' una costante, invece., che nella felicità, in genere anche la natura venga vista non più come ostacolo, bensì come qualcosa che ci può venire incontro. Un sentimento caratteristico della felicità è quello della compenetrazione, della serenità. Stiamo parlando dell'atmosfera, per usare una parola tedesca, tipica della stimmung, termine con cui si intende la dimensione di armonia complessiva, che può catturare tutto e tutti. Da questo punto di vista, la solitudine non può, certamente, essere una ragione, o una causa, di felicità. Può esistere un tipo di solitudine, in cui non sussista separazione: ad esempio la solitudine dell'asceta non è una solitudine centrata sulla separazione dal mondo. L'asceta, infatti, non è colui che se ne va in ritiro per staccarsi dagli altri, bensì per trovare nella comunione con Dio anche il senso del proprio rapporto con gli altri. E quindi la dimensione della comunità, nella felicità, è senz'altro qualcosa in grado di farla crescere, che non può farla diminuire. Se c'è inimicizia, c'è sofferenza.
STUDENTESSA: L'Illuminismo ha affermato il diritto dell'uomo alla felicità e ha collegato questo diritto non solo alla libertà, all'uguaglianza e al benessere economico, ma anche all'istruzione. Questa concezione è ancora valida ai giorni nostri?
NATOLI. Direi che è presente un principio fondamentale in quanto lei ha appena detto, che ha a che fare con il tema generale della cosiddetta felicità pubblica. Se partissimo dall'idea che la felicità non sia altro che l'esito del libero sviluppo di sé stessi, della libera possibilità di svilupparsi, di crescere e quindi dal concetto di libertà visto e pensato in questo modo, ossia come riduzione del vincolo (la felicità come sentimento della propria illimitata espansione) allora è chiaro che, se nella società esistono dei nodi di miseria, di sofferenza, di riduzione dei sensi, di incultura, questi fattori di sviluppo, portando all'emarginazione culturale, possono portare all'infelicità. Perché la cultura va pensata e attuata anche nei termini delle proprie capacità di sviluppo della sensibilità, come nel percepire i suoni musicali, o nel leggere un libro. C'è una bellissima pagina di Giacomo Leopardi dove il poeta recanatese definisce la felicità come quello stato in cui può stare in compagnia dei suoi libri, o nel puro ascolto dei suoni, nella lettura. Perché si possa crescere in questa dimensione, è necessaria una struttura sociale che possa liberare il soggetto riducendo i vincoli naturali, permettendo questo decollo, questa ascesa. Per tutto questo la felicità pubblica è un ingrediente di base. E', soprattutto dopo l'Illuminismo, quasi una necessità da raggiungere perché gli uomini possano trovare le proprie vie di realizzazione.
STUDENTESSA: Potremmo vedere la felicità quasi come un abbraccio, un sentimento accogliente nel quale siamo, contemporaneamente, accolti e accoglienti, abbracciati e abbraccianti. Da ciò ne potremmo derivare che la felicità oltre ad essere un moto di espansione sia anche un moto di inclusione?
NATOLI: Sì. Quando io dico "sentimento della propria illimitata espansione", intendo riferirmi non ad un incontro di un ostacolo nell'alterità, bensì ad una vera e propria partnership. Perché, se per espansione si intende l'espansione del sé che divora tutto ciò che è circostante, allora, in quel caso, noi non troveremmo la felicità, rischieremmo di trovare il deserto causato dalla nostra voracità. Negli esiti della voracità non può esserci felicità. Si ha, come nel caso della lupa dantesca, "più fame che pria". Ecco perché lo sviluppo incondizionato del desiderio lascia sempre affamati. l'espansione della felicità va intesa tenendo presente che ciò verso cui mi muovo mi viene, nel contempo, incontro. Questa è la reale dimensione della fusione; Ecco perché la felicità si sviluppa fondamentalmente (si pensi alla figura dell'abbraccio) nella accoglienza dell'altro, non nel divorare l'altro, e quindi nel crescere insieme. Se non sussistesse questa dimensione di crescita condivisa, allora, da questo punto di vista, si arriverebbe costantemente alla delusione. Per cui bisogna intendere l'espandersi della felicità in questa forma di comandamento: non mangiare ciò che ti circonda, ma entra in sintonia con ciò che vi è presente. Da questo punto di vista esiste una dimensione perfettamente circolare in questo moto di espansione, che non può portare, invece, all'autodistruzione. E' come se nella felicità esistesse una vera e propria ecologia, ecco, perché il delirio di onnipotenza della voracità emotiva è una delle ragioni per cui l'uomo si sente massimamente infelice e insoddisfatto. Nella relazione d'amore questo aspetto è, per esempio, qualcosa di emblematico. Nell'amore è l'incontro con l'altro che rende felici, non l'uso dell'altro, perché l'uso dell'altro è seguito, il più delle volte dal gettare via l'altro il che, alla fine, lascia inevitabilmente e sempre in una condizione di miseria reciproca. Si può sviluppare su questo aspetto un tema importante, capace di mostrare quanto fondamentale nella ricerca della felicità sia il donare. Soltanto chi è realmente ricco dona. In questa ottica la ricchezza consiste nella volontà di dono, non in quello che si ha. Normalmente il "ricco" (ovvero colui che è materialmente ricco) che tenda ad acquisire, resta povero. Il povero che è capace di donare diviene ricco. Nell'amore ci si dà per intero e allora si è felici.
STUDENTESSA: Secondo Lei quale differenza è possibile stabilire tra gioia e felicità?
NATOLI: Direi che la gioia sia un modo della felicità, perché se assumessimo come pura esperienza della felicità, come suo termine di determinazione il sentimento della propria espansione, allora potremmo vedere come e quanto i modi dell'espandersi o i modi del sentirsi felici siano così diversi tra loro. Nelle manifestazioni della felicità esiste un prisma fatto di modi diversi per sentirsi felici. Una delle ragioni per cui gli uomini, molte volte, vivono infelici è quella per cui si arriva a ritenere che si può essere felici in un solo modo o che solo una certa cosa possa dare la felicità. Chi ragiona così normalmente finisce per disperarsi, perché si fissa su di una sola modalità della felicità finendo per escludere dal proprio orizzonte esistenziale quell'elemento di improvvisa ricchezza che è la felicità stessa. Sant'Agostino diceva che si è attratti dalla felicità, se si è trascinati dalla felicità. Non siamo noi che raggiungiamo la felicità, ma la felicità ci prende come se fosse un vortice. La celebre formula che Agostino usò per esprimere questo punto di vista era: raptim quasi per transitum, ossia: la felicità ci prende "improvvisamente" e "quasi di passaggio", ci trascina con sé. Ritenere allora che la felicità possa essere offerta solo da certe cose può trasformarsi in un'ossessione e mettere l'uomo nella condizione di escludere dalla propria vita tante altre occasioni che possono produrre la felicità. Detto questo va subito sottolineato quanti modi diversi di essere felice esistano: la gioia è il sentimento della propria felicità che esprime il proprio "sentirsi splendenti". Il significato della parola "gioia" è questo: la dimensione del godimento della propria bellezza. Ecco, allora noi, molte volte, abbiamo la percezione della nostra felicità nel godimento della nostra bellezza, che non è soltanto una bellezza fisica. Può anche essere la bellezza delle nostre idee. Difatti la caratteristica peculiare della gioia non è il sentimento della bellezza esteriore quanto piuttosto il sentimento della irruzione improvvisa della felicità con tutta la sua bellezza. L'incontro con un amico, una visita inattesa. Allora il gioire sta tutto nel sentirsi scossi dentro da un evento che ci prende e che non immaginavamo.
STUDENTESSA. Io penso che la serenità, la gioia, sia il prolungamento meno intenso della felicità, perché la felicità è un attimo che ti esaspera, mentre la gioia è uno stato d'animo che può essere più prolungato della felicità.
NATOLI: Mettiamola così: la felicità, abbiamo appena detto, non è altro che il sentimento dell'espansione. Per cui i modi dell'espandersi possono essere, per esempio, quello della gioia, l'evento improvviso e inatteso in cui tu ti senti espandere,
come la visita di un amico. Nel Vangelo secondo Luca, per esempio, troviamo un'immagine bellissima della felicità, in cui la Vergine Maria va a visitare la cugina Elisabetta, la quale, come Maria, è incinta. Accade allora che, alla vista di Maria da parte della cugina, il bimbo nel grembo di Elisabetta cominci a sussultare. Si pensi al moto della gioia come a questo "sobbalzare"! Mentre la serenità, per esempio, è il modo più consueto della felicità, che corrisponde all'essere in perfetta sintonia con l'ambiente circostante. Questi sono tutti modi attraverso cui ci si sente felici. Un esempio di felicità come trasporto, per esempio, di un attimo, è rappresentato, per esempio, dal Bacio di Gustav Klimt. Pensate agli amanti presi dal vortice, dal trasporto del bacio. Quell'immagine è tutta da studiare, perché mostra una
doppia faccia della felicità: la felicità nell'attimo di sentirsi felici e l'attimo seguente che, immediatamente, svanisce. Nell'attimo in cui ci si sente felici non si ha una percezione diretta dell'attimo, bensì l'abolizione del tempo stesso. E' questa la caratteristica tipica dell'attimo. Noi diciamo che: "la felicità è breve", solo se la guardiamo nel momento stesso in cui siamo caduti dall'attimo. Ma nell'attimo, nel momento in cui l'uomo si sente felice, esso prova felicità proprio perché il tempo svanisce. Non a caso Rilke parla di attimo immenso, ovvero attimo che si dilata quasi come il tempo diventasse spazio. La letteratura ha descritto molto bene tutto questo, e anche la musica. Pensiamo alla lunga notte d'amore del Tristano e Isotta, in cui i due amanti desiderano che non torni più la luce del giorno. Nell'esperienza culminante nella felicità, si è soliti dire che si " può toccare il cielo con un dito" perché cade il tempo. E allora la caratteristica della felicità è di farci sentire infiniti, perché il tempo stesso è come sospeso. Il tempo che cos'è? Quando noi siamo presi nel vortice della felicità, noi dimentichiamo il tempo. E' questa la dimensione di incanto descritta dal Bacio di Klimt, il guardarsi negli occhi degli innamorati, che dura un'eternità. Ma poi si cade da tutto questo. Goethe creò una bellissima immagine quando scrisse "all'acme non si regge, all'acme non si regge. O si cade nell'indifferenza o nella morte". Normalmente perché nel melodramma, per fare un altro esempio, gli amanti muoiono? Gli amanti muoiono perché deve vivere l'amore. E per permettere all'amore di vivere gli amanti devono morire, perché gli esseri umani non sono mai all'altezza dell'eternità che i loro stessi sentimenti sono in grado di raggiungere. Ecco allora, a questo punto, l'altra dimensione dell'attimo: quando si esce dall'acme, si rientra nella normalità della vita e allora ci si accorge che quel vertice a cui si era arrivati può durare soltanto un momento. E allora qual è l'atteggiamento tipico dell'uomo? L'atteggiamento dell'uomo è di ricercare nuovamente quell'acme. Ecco perché io sostengo che la felicità è realmente di questo mondo e che l'uomo è infelice soltanto perché è stato infelice. Perché se noi non avessimo avuto l'esperienza della pienezza della gioia, non potremmo avere neanche quella della perdita della felicità. E allora, a partire da questa constatazione, siamo in grado di rilanciarci in questa impresa. E' così che si cerca il modo di ricostruire la felicità. Qui il problema assume un connotato importante: come ricostruire la felicità? L'attimo, sicuramente, gli uomini sono in grado di raggiungerlo. Ma a questo punto io domando a Voi: l'attimo raggiunto può essere anche preteso? Se l'attimo raggiunto è preteso, diviene presunzione. L'attimo viene, piuttosto, come grazia. E allora quali sono i modi attraverso cui si può restaurare nell'uomo una condizione di felicità? Ecco: questa è l'altra domanda da porsi: quando noi usciamo dall'acme, la felicità è finita o la dobbiamo pensare in un altro modo, per raggiungerla nuovamente? Questo è il problema!
STUDENTE: Lo scorso anno abbiamo studiato, verso la fine del corso, Jean Jacques Rousseau e abbiamo visto come, al contrario di molti Illuministi, il pensatore ginevrino affermasse il progresso della scienza, del Sapere scientifico, non potesse procedere di pari passo con il progresso morale dell'umanità. Da ciò possiamo trarre la conclusione che la felicità non può derivare dal progresso esteriore, quanto, piuttosto da quello interiore dell'uomo.
NATOLI: Direi che in buona sostanza si possa sostenere questo. Per quanto riguarda il primo aspetto avevo già detto che se non si lavora sulle condizioni per il miglioramento dell'uomo, per la liberazione dai suoi vincoli esterni, allora è chiaro che questa libertà, questo movimento bisognoso di crescita, non può essere possibile. Ma questo, di per sé, non basta, perché si potrebbe immaginare che la felicità consista nell'idea che noi si possa disporre in modo incondizionato del mondo, ossia fabbricarci la felicità in modo strumentale, mentre già abbiamo visto che una delle caratteristiche fondamentali della felicità non è soltanto il creare, il produrre le condizioni per il suo ottenimento ma soprattutto il saper accogliere, il saper accettare. E allora, da questo punto di vista, la felicità non può essere più un qualcosa che un uomo si prodursi strumentalmente, ma sarà , di contro, sempre un qualcosa raggiungibile entrando in sintonia con gli altri. Se c'è un autore che si è fatto portabandiera del ritorno alla sintonia con la Natura, con l'innocenza del mondo naturale questi è proprio J. J. Rousseau. Molte volte, noi dimentichiamo che la felicità non stia soltanto nelle grandi cose, nella vertigine della grandezza. La felicità irrompe qua e là, costantemente, nella vita. Per capire questo possiamo vedere un contributo che è stato appositamente preparato.
Veniamo al dunque. Noi e Gdala non siamo venuti al mondo per scrutarlo a fondo. Eh, no davvero! Noi non siamo preparati, attrezzati, per questo tipo di indagini! No! La cosa migliore è quella di mandare all'inferno i grandi contesti. La morte colpisce all'improvviso. E all'improvviso si spalanca l'abisso, all'improvviso infuria la tempesta e la catastrofe ci sovrasta. Noi tutto questo lo sappiamo, ma ci rifiutiamo di pensare a queste cose sgradevoli. Noi e Gdala amiamo i nostri trucchi e stratagemmi. Togliete a un uomo i suoi marchingegni e vedrete che perderà la testa e menerà colpi in aria. La gente deve essere aperta - che diavolo! -, comprensibile. Il mondo è una tana di ladroni e la notte sta per calare. Il male strappa le catene e vaga nel mondo come un cane impazzito e tutti ne siamo contaminati. Noi e Gdala come qualsiasi altra persona. Nessuno vi sfugge, nemmeno lei, Elena Victoria o la piccola Aurora. La vita è fatta così. E' questo il motivo per il quale dobbiamo essere felici, quando siamo felici ed essere gentili, generosi, teneri, buoni, proprio per questo motivo è necessario e tutt'altro che vergognoso essere felici, gioire di questo piccolo mondo, della buona cucina, dei dolci sorrisi, degli alberi da frutta che sono in fiore o anche di un valzer.
STUDENTE: Tutti i moralismi e i divieti che riguardano la sfera sentimentale possono essere visti come uno strumento che il potere, espresso da qualsiasi forma di autorità, può usare per ribadire la propria presenza e porsi come unico punto di riferimento? In altre parole: vi è tutta questa potenzialità eversiva nella felicità?
NATOLI: Certamente la felicità possiede una propria componente eversiva. In quanto espansione, può spezzare il vincolo. Il problema è questo: i vincoli come tali sono ragioni di infelicità? Direi che, impostata così l'argomentazione, la caratteristica dell'essere felici sia data fondamentalmente da una competenza del proprio desiderio e del proprio sentimento. Allora noi sulle ali del nostro desiderio, della spinta del nostro desiderio possiamo arrivare a sentirci onnipotenti. Ma noi non siamo onnipotenti, perché la nostra quantità di forza, la nostra quantità di potenza è limitata. Tutto ciò che esiste, esiste perché ha una quantità di forza, ma non è tutta la forza esistente. L'espansione ci dà un'idea della nostra onnipotenza. E allora molte volte seguendo questa prospettiva noi ci dissipiamo. Allora il vincolo può essere interpretato nel senso buono, cioè come l'auto-organizzazione della propria, della propria potenza. Allora, se il vincolo è esterno esso è pure coattivo. Ma non ogni vincolo è coattivo. L'atleta, per arrivare alle prestazioni che raggiunge, si vincola. Se non si vincolasse, la sua potenza sarebbe sprecata. Il rammollito senza vincoli ginnici diventa debole, l'atleta che si vincola diventa forte. Allora il vincolo bisogna interpretarlo anche come una strategia di felicità. Quindi non ogni vincolo è negativo, anche se la felicità è come un qualcosa che domanda ai vincoli: "Che legittimità vi arrogate di vincolare?". E quindi da un lato il spezza, dall'altro bisogna modulare sé stessi perché il desiderio cresca in modo ordinato.
STUDENTE: Buonasera. Il pensiero filosofico ha elaborato il concetto di felicità pubblica. Quindi il comunismo può essere giudicato come movimento politico-sociale, rivolto alla felicità comune?
NATOLI: Nella storia della filosofia, e nella storia della cultura è sempre esistita questa utopia della felicità. E', questa, una situazione in cui si immagina di riuscire ad eliminare dal mondo un tipo di dolore, ossia il dolore inflitto, cioè il dolore che gli uomini si infliggono gli uni agli altri. Le rivoluzioni, sostanzialmente, hanno cercato attraverso un modello regolativo di giustizia di togliere dal mondo un certo tipo di dolore. Il dolore che gli uomini si producono, facendosi reciprocamente torto. Esiste, però, un tipo di dolore, nella vita, che, pur ammettendo di riuscire ad arrivare ad una situazione come quella concepita ed auspicata dalle utopie politiche, non si potrà mai eliminare; ed è il dolore naturale, la morte. Allora mi potrei porre questa domanda: rispetto a questo tipo di dolore, la felicità è negata per sempre o no? Vale la pena citare un pensiero importante di Nietzsche: "Non bisogna interpretare la felicità soltanto come soddisfazione". La soddisfazione è un'idea sonnolenta della felicità è come un riempirsi la pancia; la felicità bisogna interpretarla come ascesa. Allora la capacità di vincere il proprio dolore, diviene un modo di crescere. Da questo punto di vista lo stesso dolore può diventare un ingrediente della felicità. "L'uomo è felice - dice Nietzsche - non quando è sazio, ma quando è capace di vittoria". Allora nel vincere sé stessi, nel rafforzarsi attraverso la sofferenza, si ha un'idea più alta e più forte di felicità. Allora capite bene come, a questo punto, la nostra nozione di felicità stia cambiando. Non è più quella dell'attimo. Titolare vera della felicità è la vita intera.
STUDENTE: Prima Lei ha affermato che la felicità è di questo mondo. Però negli studi che stiamo conducendo, quest'anno abbiamo visto come in Kant l'unione tra la virtù e la felicità sia possibile unicamente nel raggiungimento del Sommo Bene. Quindi Le vorrei chiedere: possiamo affermare veramente che la felicità è possibile in questa terra oppure dobbiamo ricercarla dopo la morte?
NATOLI: Io non vorrei entrare, qui, in un ragionamento sul pensiero di Kant, che ci porterebbe a spingerci troppo in un approfondimento della filosofia kantiana. Però da Kant dovremmo trarre un'idea, utile al nostro tipo di ragionamento. Quando Kant afferma che l'uomo deve agire moralmente in ragione della universalità morale e quindi non per il proprio interesse soggettivo, è comunque costretto a postulare Dio come garante della connessione tra virtù e felicità, perché, se non si desse un luogo dove virtù e felicità coincidano, il mondo sarebbe irrazionale. Quindi, perfino Kant dovette trovare una situazione in cui virtù e felicità potessero coincidere. Ma, lasciando da parte Kant, il ragionamento da svolgere dovrebbe essere in gradi di poterci far concepire l'etica (lo accennavo prima), come una strategia di riuscita, ossia una strategia di felicità. Da questo punto di vista la virtù cessa di coincidere con il sacrificio, dal quale potrebbe nascere una compensazione, magari in un altro mondo. La virtù è la competenza del proprio desiderio, ovvero il modo in cui l'individuo sa investire la propria potenza, la propria libertà. Infatti virtù - deriva dal greco areté, da cui il latino ars, ossia "arte". La virtù è, quindi, l'arte di vivere. Da questo punto di vista il virtuoso è felice non perché sarà premiato per i suoi sacrifici, ma perché sa trovare nella vita la tecnica di riuscita. Allora la felicità non sarà più un premio della virtù, ma la virtù stessa darà felicità in quanto fornirà l'abilità per conseguirla. Ecco voi vedete lì una madia con del lievito. Questo è un modo in cui, abitualmente, la felicità non viene mai pensata. La felicità è pensate sempre nei termini dell'attimo, dell'ascesa. Si pensi all'ascendere dell'attimo come se fosse il movimento tipico della felicità. Invece la felicità possiede la caratteristica tipica del lievito, e può lievitare per intero la nostra vita. Infatti "felice", in senso stretto, si può dire solo una vita intera. La virtù lievita la vita, la fa crescere costantemente dal di dentro, la matura. Abbiamo, in questo contesto, una dimensione illimitata di crescita, ma non è nel vertice della crescita che si raggiunge la felicità bensì nel continuo della vita. In questo senso la virtù è matrice di felicità, nello stesso senso in cui il lievito fa crescere la pasta, perché felice, in senso stretto, può esserlo solo una vita intera. E in una vita intera gioie e dolori possono essere funzionali alla crescita. Questa è la dimensione più profonda e più alta della felicità.
STUDENTE: Secondo Lei il rapporto con la Natura e il godimento della bellezza possono essere considerati felicità?
NATOLI: Certamente! Già prima Vi parlavo di un'esperienza esistenziale di felicità frammentaria. Ecco nel mio libro sulla felicità (permettendomi dei riferimenti, in particolare, ad alcune pagine di Carlo Emilio Gadda, Marcel Proust) emerge questa dimensione della felicità come esperienza frammentaria. Nessuno di noi direbbe che un albero, una luce, un fuoco, possano essere la felicità, perché noi la felicità la pensiamo sempre nella dimensione dell'acme, mentre noi siamo grati alla vita e ci piace vivere, non tanto per l'acme, ma perché la bellezza frammentaria della vita, quando noi neanche ce l'aspettiamo, può irrompere e sviluppare in noi un sentimento profondo, anche inconscio, di gratitudine. L'infelicità involontaria (che è quella più costante, anche se non è quella più consapevole), è, purtroppo, la più piena, perché dall'acme si può cadere; mentre, di contro, questa irruzione, questi piccoli frammenti di felicità, che irrompono in ogni momento della nostra esistenza, ci fanno amare quest'ultima. Se poi ci chiedessimo il perché non lo sapremmo neppure dire. Ma questi attimi sono che nutrono costantemente la vita, sono quegli elementi di lievito, per cui la vita, nonostante tutto, ci può sembra davvero bella.
STUDENTE: Durante la Rivoluzione Francese, è stata elaborata la teoria della felicità vegetativa. Secondo alcuni filosofi francesi l'uomo può essere felice solo nella condizione in cui è sempre vissuto e non potrebbe essere più felice di così. Detta così, questa era chiaramente una soluzione ideologica con la quale gli aristocratici volevano tentare di legittimare il proprio potere. Ma non si può dire che in questa teoria esista, comunque, un fondo di verità?
NATOLI: Un fondo di verità, in questa teoria, c'è sicuramente. E' sensato dire che si è felici in un contesto. Le forme, i modi dell'essere felice, di cui parlavo prima, non variano soltanto come modalità affettive, ossia serenità, gioia, allegria, ma variano anche come modalità epocali, perché si è sempre felici nel mondo in cui si è vissuti, in cui si sta vivendo. Esiste una connessione (e questo vale anche per il dolore) tra epoche e vite. La modalità dell'essere felici è nel tempo, nell'epoca, nel mondo in cui si è situati storicamente. Questo è un elemento di verità. Si è sempre felici secondo un'idea, perché le aspettative di felicità, anche le percezioni di felicità cambiano nel tempo e nello spazio. In un mondo culturalmente naturalistico le percezioni della felicità sono di un certo tipo, in un mondo in cui esista l'affermazione della "mano umana", dell'artificio, le percezioni della felicità saranno di un altro tipo. Melodie e armonie diverse possono provocare vibrazioni diverse di felicità in tempi diversi. Si pensi al suono di una chitarra e di un clavicembalo rispetto ad una grande orchestra. Ecco: sono percezioni fruibili da sensibilità non confrontabili tra loro, perché la vita di un uomo, rispetto a un'epoca, che cos'è? E' un respiro. Quindi c'è un aspetto di verità in quella teoria: si è felici nel contesto, nel mondo in cui si vive. Quale fu, invece, l'elemento di errore, rispetto al quale, giustamente, gli Illuministi polemizzarono con la cultura ufficiale del loro tempo? E' che questo mondo non sia trasformabile. Se per un verso si può essere felici nel mondo in cui si è, non è detto che non si possa modificare il mondo e quindi allargare l'universo del gusto, della sensibilità e della percezione, fatta salva una considerazione: non è nella sovraeccitazione che è possibile trovare la felicità. Il vizio degli eredi perversi dell'Illuminismo è di ritenere che solo nella sovraeccitazione sia possibile trovare la felicità, e non invece nella capacità di accoglienza, di silenzio, di ascolto, di ricezione dell'altro. Di qui l'idea che la felicità possa essere fabbricata dall'esterno. Ecco, questo è il rischio: allargare la sensibilità sì, ma immaginare che la felicità possa essere fabbricata per acquisizione e non per accoglienza, è l'errore che, molte volte, porta gli uomini alla disperazione, tramite l'illusione che si possa essere felici solo perché si può ottenere, avere, tanto. E non è affatto vero.
STUDENTE: Lei prima ha parlato di felicità come attimo immenso, quindi legato a una concezione di perdita del tempo. Ma, allora, si può dire che la cognizione del tempo, dell'uomo sia una cognizione infelice?
NATOLI: Questa domanda è molto interessante perché, nel risponderLe, mi permette di mettere assieme, diciamo, i due temi che sono emersi in questa nostra discussione. Sicuramente nella dimensione dell'attimo cade l'esperienza del tempo. Ci si sente divini. Quando gli antichi greci affermavano che gli dei fossero felici, la parola che essi usavano era reia zoontes, cioè vivono scorrendo (rei vuol dire "scorrere"), ossia senza ostacolo. Il tempo fluisce in un modo così uniforme da non permettere la percezione del suo continuo spezzarsi. Ecco perché il tempo, psicologicamente, si allarga. Perché esso è continuo, in esso non c'è elemento di rottura. Ecco nella effusività, nel "grande abbraccio" con l'universo circostante il tempo si ferma. E' il tempo ad introdurre la caduta. Baruch Spinoza, un grande filosofo, ebreo olandese, affermò: poiché in variatione vivimus, poiché "noi viviamo nella variazione", ci sentiamo più o meno felici a secondo che cresciamo o diminuiamo. Ne segue che il tempo, di per sé, non produce infelicità, ma può cambiare la natura dell'essere felici. E allora si passa dalla immagine del Bacio di Klimt, ossia l'estasi dell'istante, all'immagine del lievito sulla madia, che lievita gradualmente. Nel tempo tutti i momenti devono essere funzionali alla crescita, al conquistare il tempo col tempo. Ecco perché la felicità, quella vera e profonda, può appartenere solo ad una vita intera, perché, se noi pretendessimo l'attimo, incontreremmo la morte. Soltanto quando l'attimo ricade nella vita, come il lievito, la vita può crescere attraverso gli attimi. Ecco perché l'attimo non può essere preteso. Ma cresce anche attraverso il resto: alle nostre abilità, alle nostre virtù, alla capacità di modulare l'esistenza, al reciproco dono che ci scambiamo con il nostro vivere: tutti questi sono meccanismi che fanno crescere la vita. E perfino il dolore la può far crescere. Ecco allora perché l'attimo può essere atteso, ma non può essere preteso, e perché il tempo può essere, da noi, fecondato. Dovremmo sempre tenere presente nella nostra mente questa "doppia faccia" della felicità.
STUDENTE: Si può anche affermare, per quanto riguarda il rapporto tra felicità e tempo, che non si possa sempre ritenere possibile un vita interamente felice, perché essendo la vita di ogni essere umano composta da attimi, questi ultimi potrebbero essere sia attimi di felicità che di infelicità.
NATOLI: Noi potremmo pensare ad una vita interamente felice, se tutti questi attimi che la compongono (ed ecco ritornare il tempo che si conquista col tempo) noi fossimo capaci di valorizzarli. E' la conclusione del ragionamento svolto da me poco fa: non dovremmo pensare che la felicità stia soltanto nel godimento, nella soddisfazione immediata, ma dovremmo renderci in grado di concepire la felicità nella capacità di vittoria. Quale modo più grande di accrescersi del vincere, del superare l'ostacolo? Se noi intendessimo la felicità soltanto in termini di fruizione, ne perderemmo il più alto messaggio. Perché chi vince una partita di calcio ha pure sofferto fisicamente. Nella felicità può esserci il dolore. Ma quale dolore? Il dolore del protendersi, come quello dell'atleta. Perché l'espandersi che cos'è? E' il protendersi all'estremo. Ecco perché la felicità pigra, rappresentabile dall'atto puro dell'ingoiare, non può essere la felicità vera. La felicità è nel tendersi. In tutto questo può giocare la sua parte anche la stessa sofferenza. Ricordiamoci di un fatto: il tempo, in quanto movimento, sviluppa un protendersi lineare.
STUDENTE: Abbiamo cercato su Internet dei siti riguardanti il tema della felicità. E devo dire che ce ne sono davvero molti, la maggior parte dei quali incentrati sui filosofi e sul loro rapporto con il problema della felicità. Ho notato una cosa davvero curiosa: la maggior parte di questi siti vertono sulla visione della felicità dei filosofi antichi, come, per esempio, Epicuro, e le sue speculazioni esposte nella Lettera su la felicità. oppure Aristotele, e le sue tesi su felicità e virtù. La cosa davvero curiosa è che non si trovano siti sul tema della felicità vista dal punto di vista della filosofia orientale. Mancano all'appello dei siti web ospitanti testimonianze su di una visione moderna o contemporanea della felicità Le vorrei chiedere: perché anche gli autori moderni o contemporanei scrivono saggi sulla concezione classica della felicità, di autori come Epicuro, Platone e Aristotele?
NATOLI: Direi che per molti versi sia un fenomeno spiegabile. Sullo stile orientale di conquistare la felicità, invece, è davvero strano che ci sia così poco al riguardo su Internet. Di questi tempi i modelli orientali stanno entrando sempre più prepotentemente all'interno della nostra cultura ma sarebbe bene tener conto del fatto che essi non appartengono né alla nostra cultura, né alla nostra civiltà. E' interessante che siano ancora molto presenti i filosofi antichi, perché i filosofi antichi sono quelli che meglio hanno usato la metafora del lievito. Vale a dire la possibilità di coltivare tutti i momenti nella propria vita e far crescere la vita intera. La filosofia moderna, la filosofia contemporanea ha lavorato più sulle condizioni di felicità, ossia sulla rottura dei vincoli, che possono gravare sulla capacità soggettiva di conquistarsi la felicità. Ed è singolare che oggi, alla fine della modernità, dopo che tanto abbiamo lavorato sulle condizioni di felicità, sulla libertà del bisogno, per trovare la felicità si torni agli antichi. Perché? Perché non è nell'esterno che c'è la felicità, ma nella capacità di fare lievitare infinitamente la propria vita come una buona pasta, come una sana pasta. I vecchi, grandi classici del pensiero: quelle sono immagini filosofiche davvero grandi della felicità!
L'attimo della felicità si brucia e ci brucia. Ed è fecondo, se ricade in ogni momento nella vita.
poi io sono filosofica adoro la filosofia e troverò la risposta e sarà sicuramnte la migliore.....
ma sono d'accordo con schopenhauer e epicuro......
Lettera sulla felicità
Epicuro
Meneceo,
Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell'animo nostro. Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l'età. Ecco che da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l'avvenire. Cerchiamo di conoscere allora le cose che fanno la felicità, perché quando essa c'è tutto abbiamo, altrimenti tutto facciamo per possederla. Pratica e medita le cose che ti ho sempre raccomandato: sono fondamentali per una vita felice.
Prima di tutto considera l'essenza del divino materia eterna e felice, come rettamente suggerisce la nozione di divinità che ci è innata. Non attribuire alla divinità niente che sia diverso dal sempre vivente o contrario a tutto ciò che è felice, vedi sempre in essa lo stato eterno congiunto alla felicità. Gli dei esistono, è evidente a tutti, ma non sono come crede la gente comune, la quale è portata a tradire sempre la nozione innata che ne ha. Perciò non è irreligioso chi rifiuta la religione popolare, ma colui che i giudizi del popolo attribuisce alla divinità. Tali giudizi, che non ascoltano le nozioni ancestrali, innate, sono opinioni false. A seconda di come si pensa che gli dei siano, possono venire da loro le più grandi sofferenze come i beni più splendidi. Ma noi sappiamo che essi sono perfettamente felici, riconoscono i loro simili, e chi non è tale lo considerano estraneo. Poi abìtuati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza. L'esatta coscienza che la morte non significa nulla per noi rende godibile la mortalità della vita, senza l'inganno del tempo infinito che è indotto dal desiderio dell'immortalità. Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c'è da temere nel non vivere più. Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l'affligge la sua continua attesa. Ciò che una volta presente non ci turba, stoltamente atteso ci fa impazzire. La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c'è, quando c'è lei non ci siamo noi. Non è nulla né per i vivi né per i morti. Per i vivi non c'è, i morti non sono più. Invece la gente ora fugge la morte come il peggior male, ora la invoca come requie ai mali che vive. Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, cosi non teme di non vivere più. La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere. Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce.
Chi ammonisce poi il giovane a vivere bene e il vecchio a ben morire è stolto non solo per la dolcezza che c'è sempre nella vita, anche da vecchi, ma perché una sola è la meditazione di una vita bella e di una bella morte. Ancora peggio chi va dicendo: bello non essere mai nato, ma, nato, al più presto varcare la soglia della morte. Se è cosi convinto perché non se ne va da questo mondo? Nessuno glielo vieta se è veramente il suo desiderio. Invece se lo dice cosi per dire fa meglio a cambiare argomento. Ricordiamoci poi che il futuro non è del tutto nostro, ma neanche del tutto non nostro. Solo cosi possiamo non aspettarci che assolutamente s'avveri, né allo stesso modo disperare del contrario. Cosi pure teniamo presente che per quanto riguarda i desideri, solo alcuni sono naturali, altri sono inutili, e fra i naturali solo alcuni quelli proprio necessari, altri naturali soltanto. Ma fra i necessari certi sono fondamentali per la felicità, altri per il benessere fisico, altri per la stessa vita. Una ferma conoscenza dei desideri fa ricondurre ogni scelta o rifiuto al benessere del corpo e alla perfetta serenità dell'animo, perché questo è il compito della vita felice, a questo noi indirizziamo ogni nostra azione, al fine di allontanarci dalla sofferenza e dall'ansia. Una volta raggiunto questo stato ogni bufera interna cessa, perché il nostro organismo vitale non è più bisognoso di alcuna cosa, altro non deve cercare per il bene dell'animo e del corpo. Infatti proviamo bisogno del piacere quando soffriamo per la mancanza di esso. Quando invece non soffriamo non ne abbiamo bisogno. Per questo noi riteniamo il piacere principio e fine della vita felice, perché lo abbiamo riconosciuto bene primo e a noi congenito. Ad esso ci ispiriamo per ogni atto di scelta o di rifiuto, e scegliamo ogni bene in base al sentimento del piacere e del dolore. È bene primario e naturale per noi, per questo non scegliamo ogni piacere. Talvolta conviene tralasciarne alcuni da cui può venirci più male che bene, e giudicare alcune sofferenze preferibili ai piaceri stessi se un piacere più grande possiamo provare dopo averle sopportate a lungo. Ogni piacere dunque è bene per sua intima natura, ma noi non li scegliamo tutti. Allo stesso modo ogni dolore è male, ma non tutti sono sempre da fuggire. Bisogna giudicare gli uni e gli altri in base alla considerazione degli utili e dei danni. Certe volte sperimentiamo che il bene si rivela per noi un male, invece il male un bene. Consideriamo inoltre una gran cosa l'indipendenza dai bisogni non perché sempre ci si debba accontentare del poco, ma per godere anche di questo poco se ci capita di non avere molto, convinti come siamo che l'abbondanza si gode con più dolcezza se meno da essa dipendiamo. In fondo ciò che veramente serve non è difficile a trovarsi, l'inutile è difficile. I sapori semplici danno lo stesso piacere dei più raffinati, l'acqua e un pezzo di pane fanno il piacere più pieno a chi ne manca.
Saper vivere di poco non solo porta salute e ci fa privi d'apprensione verso i bisogni della vita ma anche, quando ad intervalli ci capita di menare un'esistenza ricca, ci fa apprezzare meglio questa condizione e indifferenti verso gli scherzi della sorte. Quando dunque diciamo che il bene è il piacere, non intendiamo il semplice piacere dei goderecci, come credono coloro che ignorano il nostro pensiero, o lo avversano, o lo interpretano male, ma quanto aiuta il corpo a non soffrire e l'animo a essere sereno. Perché non sono di per se stessi i banchetti, le feste, il godersi fanciulli e donne, i buoni pesci e tutto quanto può offrire una ricca tavola che fanno la dolcezza della vita felice, ma il lucido esame delle cause di ogni scelta o rifiuto, al fine di respingere i falsi condizionamenti che sono per l'animo causa di immensa sofferenza. Di tutto questo, principio e bene supremo è l'intelligenza delle cose, perciò tale genere di intelligenza è anche più apprezzabile della stessa filosofia, è madre di tutte le altre virtù. Essa ci aiuta a comprendere che non si dà vita felice senza che sia intelligente, bella e giusta, né vita intelligente, bella e giusta priva di felicità, perché le virtù sono connaturate alla felicità e da questa inseparabili. Chi suscita più ammirazione di colui che 133 ha un'opinione corretta e reverente riguardo agli dei, nessun timore della morte, chiara coscienza del senso della natura, che tutti i beni che realmente servono sono facilmente procacciabili, che i mali se affliggono duramente affliggono per poco, altrimenti se lo fanno a lungo vuol dire che si possono sopportare? Questo genere d'uomo sa anche che è vana opinione credere il fato padrone di tutto, come fanno alcuni, perché le cose accadono o per necessità, o per arbitrio della fortuna, o per arbitrio nostro. La necessità è irresponsabile, la fortuna instabile, invece il nostro arbitrio è libero, per questo può meritarsi biasimo o lode. Piuttosto che essere schiavi del destino dei fisici, era meglio allora credere ai racconti degli dei, che almeno offrono la speranza di placarli con le preghiere, invece dell'atroce, inflessibile necessità. La fortuna per il saggio non è una divinità come per la massa – la divinità non fa nulla a caso – e neppure qualcosa priva di consistenza. Non crede che essa dia agli uomini alcun bene o male determinante per la vita felice, ma sa che può offrire l'avvio a grandi beni o mali. Però è meglio essere senza fortuna ma saggi che fortunati e stolti, e nella pratica è preferibile che un bel progetto non vada in porto piuttosto che abbia successo un progetto dissennato. Medita giorno e notte tutte queste cose e altre congeneri, con te stesso e con chi ti è simile, e mai sarai preda dell'ansia. Vivrai invece come un dio fra gli uomini. Non sembra più nemmeno mortale l'uomo che vive fra beni immortali.
.1 La ragione smascherata: il non senso della volontà ed il dolore(A. Schopenhauer : Il mondo come volontà e rappresentazione, §§ 58-63; 68)
§ 58
Qualsiasi soddisfacimento, o ciò che in genere suol chiamarsi felicità, è propriamente e sostanzialmente sempre negativo, e mai positivo. Non è una sensazione di gioia spontanea, e di per sé entrata in noi, ma sempre bisogna che sia l'appagamento d'un desiderio. Imperocché desiderio, ossia mancanza, è la condizione preliminare d'ogni piacere. Ma con l'appagamento cessa il desiderio, e quindi anche il piacere. Quindi l'appagamento o la gioia non può essere altro se non la liberazione da un dolore, da un bisogno: e con ciò s'intende non solo ogni vero, aperto soffrire, ma anche ogni desiderio, la cui importunità disturbi la nostra calma, e perfino la mortale noia, che a noi rende un peso l'esistenza. Ora, è difficilissimo raggiungere e menare a compimento alcunché: a ogni nostro proposito contrastano difficoltà e fatiche senza fine, e a ogni passo si accumulano gli ostacoli. Quando poi finalmente tutto è superato e raggiunto, nient'altro ci si può guadagnare, se non d'essere liberati da una sofferenza, o da un desiderio: quindi ci si trova come prima del loro inizio, e non meglio. Direttamente dato è a noi sempre il solo bisogno, ossia il dolore. Invece l'appagamento e il piacere non li possiamo conoscere che mediatamente, per ricordar la passata sofferenza e privazione, venuta meno all'apparire di quelli. Da ciò proviene, che dei beni e vantaggi, che possediamo in effetti, non siamo punto ben persuasi, né li apprezziamo, bensì ci sembra naturale l'averli; che essi ci letiziano solo indirettamente, con l'impedir sofferenze. Bisogna averli perduti, per sentirne il pregio: perché il bisogno, la privazione, il soffrire è la sensazione positiva, che si manifesta direttamente. Perciò anche ci rallegra il ricordo di angustia, malattia, bisogni superati, che tal ricordo è l'unico mezzo per godere dei beni presenti. Nemmeno è da negare, che sotto questo rispetto e dal punto di vista dell'egoismo, il quale è la forma della volontà di vivere, lo spettacolo o la descrizione di mali altrui ci dà soddisfazione e piacere.[…] Tuttavia ci si mostrerà in seguito, che questa maniera di gioia, proveniente da siffatta mediata conoscenza del nostro benessere, sta molto vicina alla sorgente della vera e propria malvagità positiva. Che ogni felicità sia di natura soltanto negativa, e non positiva; che non possa quindi esser mai durevole appagamento o letificazione, ma sia sempre nient'altro che liberazione da un dolore o bisogno, al quale o un nuovo dolore oppur languore, vuota nostalgia e noia deve seguire; è provato anche in quel fedele specchio dell'essenza del mondo e della vita, che è l'arte, e soprattutto nella poesia. Ché ogni poesia epica o drammatica ha soltanto capacità di rappresentare uno sforzo, un'aspirazione attiva, una lotta per la conquista della felicità, e non mai la felicità stessa durevole e compiuta. Conduce il suo eroe attraverso mille traversie e pericoli fino alla mèta: appena questa è raggiunta, lascia tosto cadere il sipario. Ché altro non le resterebbe, se non mostrare che la luminosa meta, in cui l'eroe sognava di trovare la felicità, era una beffa; e quando l'ha toccata, egli non si trova meglio di prima. Poiché una vera, durevole felicità non è possibile, non può nemmeno essere oggetto dell'arte. E' vero, che l'idillio precisamente si propone di rappresentarla: ma si vede, appunto, che l'idillio come tale non si può reggere. Sempre, nelle mani del poeta, o diventa epico, ed è allora semplicemente un epos di poco rilievo, intessuto di piccoli dolori, piccole gioie, e piccoli sforzi: e questo è il caso più frequente; o si riduce a poesia descrittiva, descrive la bellezza della natura, cioè propriamente il puro conoscere fuor della volontà, che invero è in effetti il solo bene reale, cui né sofferenza né bisogno precede, né rimorso, né dolore, né vuoto, né tedio necessariamente segue. Ma un tal bene non può riempir tutta la vita, bensì appena qualche istante[…].
Tutto quanto dovevano chiarire queste considerazioni, l'irraggiungibilità di durevole soddisfazione e il valore negativo d'ogni felicità, trova spiegazione in ciò ch'è mostrato alla fine del secondo libro; che cioè la volontà, di cui è oggettivazione la vita umana come ogni fenomeno, è un aspirar senza meta e senza fine. L'impronta di questa infinità troviamo stampata anche in tutte le parti del suo intero fenomeno, dalla forma più generale di questo, spazio e tempo senza fine, al più perfetto di tutti i fenomeni, alla vita e all'ansia degli uomini. Si possono teoricamente ammettere tre estremi della vita umana, e considerarli come elementi della vita realmente umana. In primo luogo, il poderoso volere, le grandi passioni […]. Apparisce nei grandi caratteri storici; è rappresentato nell'epos e nel dramma: ma può mostrarsi anche in una piccola sfera,[…] Indi, in secondo luogo, il puro conoscere, il percepir le idee, che ha per condizione una conoscenza emancipata dal servigio della volontà: la vita del genio[…]. Finalmente, in terzo luogo, la massima letargia della volontà, e quindi della conoscenza che ne dipende: vuota aspirazione, paralizzante noia[…]. La vita individuale, lungi dal permanere in uno di codesti estremi, appena raramente li tocca, ed il più spesso non è che fiacco e vacillante appressarsi ora a questa ora a quella parte, un povero volere oggetti meschini, che ognora si rinnova e così ci sottrae alla noia. E' davvero incredibile, come insignificante e priva di senso, vista dal di fuori, e come opaca e irriflessivo, sentita dal di dentro, trascorra la vita di quasi tutta l'umanità. E' un languido aspirare e soffrire, un sognante traballare attraverso le quattro età della vita fino alla morte, con accompagnamento d'una fila di pensieri triviali. Gli uomini somigliano a orologi, che vengono caricati e camminano, senza sapere il perché; ed ogni volta, che un uomo viene generato e partorito, è l'orologio della vita umana di nuovo caricato, per ancora una volta ripetere, frase per frase, battuta per battuta, con variazioni insignificanti, la stessa musica già infinite volte suonata. Ciascun individuo, ciascun volto umano e ciascuna vita non è che un nuovo breve sogno dell'infinito spirito naturale. della permanente volontà di vivere; non è che una nuova immagine fuggitiva, che la volontà traccia per gioco sul foglio infinito dello spazio e del tempo, lasciandola durare un attimo appena percettibile di fronte all'immensità di quelli, e poi cancellandola, per dar luogo ad altre. Nondimeno, e in ciò è l'aspetto grave della vita, ognuna di tali immagini fugaci, ognuno di tali insipidi capricci dev'essere pagato dalla intera volontà di vivere, in tutta la sua violenza, con molti e profondi dolori, e in ultimo con un'amara morte, a lungo temuta, finalmente venuta. Per questo ci fa così subitamente malinconici la vista d'un cadavere. La vita d'ogni singolo, se la si guarda nel suo complesso, rilevandone solo i tratti significanti, è sempre invero una tragedia; ma, esaminata nei particolari, ha il carattere della commedia. Imperocché l'agitazione e il tormento della giornata, l'incessante ironia dell'attimo, il volere e il temere della settimana, gli accidenti sgradevoli d'ogni ora, per virtù del caso ognora intento a brutti tiri, sono vere scene di commedia. Ma i desideri sempre inappagati, il vano aspirare, le speranze calpestate senza pietà dal destino, i funesti errori di tutta la vita, con accrescimento di dolore e con morte alla fine, costituiscono ognora una tragedia. Così, quasi il destino avesse voluto aggiungere lo scherno al travaglio della nostra esistenza, deve la vita nostra contenere tutti i mali della tragedia, mentre noi non riusciamo neppure a conservar la gravità di personaggi tragici, e siamo invece inevitabilmente, nei molti casi particolari della vita, goffi tipi da commedia.
Ma per quanto i grossi e piccoli tormenti riempiano ogni vita umana, tenendola in perenne inquietudine e moto, non possono tuttavia coprir l'insufficienza della vita rispetto alla soddisfazione dello spirito, e il vuoto e l'insulsaggine dell'esistenza, né bandire la noia, ch'è sempre a pronta a empire ogni pausa lasciata dall'angoscia. Di Ià è venuto, che lo spirito umano, non ancora contento delle angosce, amarezze e occupazioni impostegli dal mondo reale, si crea per di più, in forma di mille variate superstizioni, un mondo immaginario, col quale si affatica in tutti i modi, dissipandovi e tempo e forze, non appena il mondo reale gli lasci un riposo ch'egli non sa gustare. Codesto è anche spessissimo, in origine, il caso di quei popoli, cui la dolcezza del clima e del suolo fa agevole la vita; soprattutto degli Indù, e poi dei Greci, dei Romani, e più tardi degl'Italiani, Spagnuoli e così via. Demoni, Dei e santi si crea l'uomo a propria immagine; a essi devono incessantemente venire tributati sacrifizi, preci, adornamento di templi, voti e conseguenti offerte, pellegrinaggi, saluti, addobbo delle loro immagini, ecc. Il loro culto s'intreccia dappertutto con la realtà, anzi l'oscura: ogni avvenimento della vita vien preso allora come un effetto dell'azione di quegli esseri: i rapporti con loro riempiono metà della vita, alimentano diuturnamente la speranza e diventano spesso, pel fascino dell'illusione, più interessanti dei rapporti con la vita reale. Sono l'espressione e il sintomo del doppio bisogno, che spinge l'uomo da una parte verso aiuto e sostegno, dall'altra verso occupazione e passatempo: e quand'anche operino spesso all'opposto contro il primo di codesti bisogni, facendo sì che, in caso di sventure e pericoli, vengano e tempo prezioso e forze non già usati a difendersene, bensì vanamente sciupati in preghiere e sacrifizi, appunto per questo servono ancor meglio al secondo bisogno, mediante quella fantastica comunicazione con un sognato mondo di spiriti. E questo è il frutto, tutt'altro che disprezzabile, d'ogni superstizione.
§ 59
Siamo ormai persuasi a priori, per le generalissime considerazioni fatte, per avere investigato i primi fondamenti elementari della vita umana, che questa già per sua generica disposizione è incapace d'ogni vera felicità, anzi è essenzialmente un dolore in molteplici forme, e uno stato al tutto infelice. Potremmo adesso suscitare questa persuasione molto più vivacemente in noi, se, procedendo più a posteriori, venissimo a esaminare casi meglio determinati, presentassimo immagini alla fantasia e volessimo con esempi raffigurare il martirio senza nome, che esperienza e storia ci offrono, da qualunque parte si guardi, e sotto qualsivoglia aspetto s'investighi. Ma il capitolo non avrebbe mai fine, e ci allontanerebbe dal punto di vista della generalità, che è essenziale alla filosofia. Inoltre una cotale analisi potrebb'esser forse tenuta per semplice declamazione sull'umana miseria, come se ne son fatte tante, e come tale accusata d'essere unilaterale, perché procederebbe da fatti singoli. Da codesto rimprovero e sospetto va perciò esente la nostra affatto fredda e filosofica dimostrazione, procedente dall'universale, e condotta a priori, dell'inevitabile dolore radicato nell'essenza della vita. La conferma a posteriori è facile averla dovunque. Ciascuno, che si sia svegliato dai primi sogni di giovinezza, e abbia osservato la propria e l'altrui esperienza, e guardato intorno nella vita, nella storia del passato e del tempo suo, come infine nelle opere dei grandi poeti, troverà per risultanza, quando un pregiudizio incancellabilmente impresso non paralizzi il suo giudizio, che quest'umano mondo è il regno del caso e dell'errore, i quali senza pietà vi imperano, nelle grandi come nelle piccole cose; e accanto a quelli agitano inoltre follia e malvagità la sferza. Di là deriva, che ogni cosa buona si faccia strada solo a fatica, e alcunché di nobile e di saggio ben raramente venga alla luce, raggiungendo efficacia o attenzione; mentre l'assurdo e lo stolto nel dominio del pensiero, il triviale e lo scipito nel dominio dell'arte, il malvagio e l'insidioso nel dominio delle azioni, soli tengono il campo, appena turbati da brevi interruzioni. E viceversa l'eccellenza in ogni genere è sempre un'eccezione, un caso tra milioni; sì che, quando s'è manifestata in un'opera durevole, questa, dopo esser sopravvissuta al rancore dei suoi contemporanei, rimane isolata, e la si conserva come un aerolito, caduto da un ordine di cose diverso da quello che qui regna. Per ciò che tocca poi la vita individuale, ogni storia di vita è una storia di dolore; che ogni corso vitale è, di regola, una prolungata serie di grandi e piccole sventure, che ciascuno cela del suo meglio, perché sa come altri raramente ne proverebbero simpatia o compassione, bensì quasi sempre soddisfazione, vedendo un'immagine delle pene da cui sono essi in quel momento immuni. E forse non si darà mai il caso che un uomo, al termine della sua vita, se capace di riflessione e in pari tempo sincero, desideri di ricominciarla; ma invece ben più volentieri sceglierà il completo non essere. Il contenuto essenziale del celeberrimo monologo nell'Amleto è, ridotto in breve, questo: il nostro stato è così miserabile, che un completo non essere dovrebbe senz'altro essergli preferito. Ora, se il suicidio ci portasse veramente al non essere, sì che l'alternativa " essere o non essere " ci stesse innanzi nel pieno significato della parola, sarebbe assolutamente da scegliere, come una desiderabilissima conclusione.[…]
[…] Donde ha preso Dante la materia del suo Inferno, se non da questo nostro mondo reale? E nondimeno n'è venuto un inferno bell'e buono. Quando invece gli toccò di descrivere il cielo e le sue gioie, si trovò davanti a una difficoltà insuperabile: appunto perché il nostro mondo non offre materiale per un'impresa siffatta. Perciò non gli rimase se non trasmetterci, in luogo delle gioie paradisiache, gli ammaestramenti, che a lui furono colà impartiti dal suo antenato, dalla sua Beatrice, e da differenti santi. Da ciò apparisce abbastanza chiaro, di qual natura sia questo mondo. E' vero bensì che nella vita umana, come in ogni cattiva mercanzia, il lato esterno è mascherato con falso splendore: sempre si cela ciò che soffre; mentre quanto può ciascuno procacciarsi di pompa e di lustro porta in evidenza, e quanto più interna contentezza gli manca, tanto più desidera nell'opinione altrui passare per felice.[…]
§ 61
[…] Nella coscienza salita al suo più alto grado, la coscienza umana, deve anche l'egoismo, come la conoscenza, il dolore, la gioia, aver toccato il vertice più alto, e deve nel modo più terribile palesarsi il contrasto degli individui, da esso determinato. Ciò vediamo dappertutto, nel piccolo come nel grande; ciò vediamo ora sotto l'aspetto terrificante, nella vita di grandi tiranni e uomini scellerati, e nelle guerre che devastano il mondo, ora sotto l'aspetto ridicolo, dov'è fatto tema di commedia; e in particolar modo si rivela nella presunzione e nella vanità,[…] tale ci appare nella storia del mondo e nella nostra propria esperienza. Ma nel modo più evidente balza fuori, non appena una qualche turba di uomini sia sciolta da ogni legge e ordinamento: allora si mostra subitamente con tutta evidenza il bellum omnium contro omnes, che Hobbes, nel primo capitolo De cive, mirabilmente ha descritto. Appare, che non soltanto ciascuno cerca di rapire all'altro ciò ch'egli stesso vuol avere, ma spesso addirittura v'ha chi, per accrescere d'un trascurabile incremento il proprio benessere, tutto il bene o la vita dell'altro distrugge. Questa è l'espressione suprema dell'egoismo, i cui fenomeni, sotto tale rispetto, possono venir superati soltanto da quelli della malvagità vera e propria, la quale affatto disinteressatamente, senz'alcun proprio vantaggio, cerca il danno e il dolore altrui.[…]
[…] Una tra le principali sorgenti del dolore, il quale abbiamo veduto essenzialmente ed inevitabilmente connaturato a tutta la vita, non appena questa in realtà e con determinata figura si mostri, è quella Eris, la lotta fra gl'individui tutti, l'espressione del dissidio interiore, da cui è travagliata la volontà di vivere, e che per mezzo del principio individuationis viene alla luce: mezzo barbaro di render visibile direttamente e crudamente tale dissidio sono le lotte tra gli animali. In questo originario contrasto risiede una sorgente inesauribile di dolore[…]
§ 62
[…]la prima e semplice affermazione della volontà di vivere non è se non l'affermazione del proprio corpo, ossia esplicazione della volontà mediante atti nel tempo, fin dove il corpo, nella sua forma e natura disposta a' suoi fini, rappresenta la stessa volontà spazialmente - e non oltre. Codesta affermazione si dimostra sotto specie di conservazione del corpo, usando a ciò tutte le forze di esso. A lei si collega direttamente la soddisfazione dello stimolo sessuale; anzi, questa appartiene a quella, in quanto i genitali al corpo appartengono. Perciò la volontaria, da nessun motivo determinata rinunzia alla soddisfazione di quello stimolo, è già un rinnegar la volontà di vivere, è una spontanea autosoppressione di esso stimolo in seguito a sopravvenuta conoscenza che agisce come quietivo: perciò tal rinnegamento del proprio corpo si presenta già come un'opposizione della volontà contro il suo proprio fenomeno. Imperocché sebbene qui il corpo oggettivi nei genitali la volontà della propagazione, questa non viene tuttavia voluta. Appunto perciò, ossia per essere rinnegamento o soppressione della volontà di vivere, tale rinunzia è una grave e dolorosa vittoria su noi stessi;[…].Ora, mentre la volontà presenta quell'autoaffermazione del proprio corpo in un numero infinito d'individui coesistenti, può, in grazia dell'egoismo connaturato in ciascuno, molto facilmente in un individuo andar oltre codesta affermazione, fino alla negazione della stessa volontà, manifestantesi in un altro individuo. La volontà del primo irrompe nei confini dell'altrui affermazione di volontà, sia in quanto l'individuo l'altrui corpo distrugge o ferisce, sia in quanto costringe le forze dell'altrui corpo a servir la volontà propria, invece della volontà che in quello stesso altrui corpo si palesa; come, per esempio, quando alla volontà, palesantesi in forma d'altrui corpo, le forze di codesto corpo sottrae, e con ciò accresce la forza a servizio della volontà propria oltre i termini naturali di questa; sì che afferma la volontà propria oltre il suo proprio corpo, mediante negazione della volontà manifestantesi in un corpo estraneo. Quest'irrompere nei confini dell'altrui affermazione di volontà fu chiaramente conosciuto dai più remoti tempi, e il suo concetto espresso con la parola ingiustizia. Imperocché le due parti interessate riconoscono istantaneamente la cosa; non già, invero, come l'abbiamo qui esposta in limpida astrazione, bensì come sentimento. Chi subisce l'ingiustizia sente l'irromper nella sfera dell'affermazione del suo proprio corpo, mediante negazione di essa da parte di un individuo estraneo, sotto forma d'un dolore diretto e morale, affatto distinto e diverso dal male fisico, provato in pari tempo per l'azione stessa, o dal rammarico del danno. D'altra parte, a quegli che commette l'ingiustizia si affaccia la cognizione ch'egli è, in sé, la volontà medesima, la quale anche in quell'altro corpo si manifesta, e nell'un fenomeno s'afferma con tale veemenza, da farsi negazione appunto della volontà stessa nell'altro fenomeno, oltrepassando i confini del proprio corpo e delle sue forze; quindi egli, considerato come volontà in sé, combatte per l'appunto con la sua veemenza contro se medesimo, se medesimo dilania; anche a lui s'affaccia questa cognizione istantaneamente, non già in astratto. ma come oscuro sentimento: e questo è chiamato rimorso, ossia, più precisamente nel caso sopraddetto, sentimento della commessa ingiustizia.[…]
§ 63
[…] Il fenomeno, l'oggettità dell'unica volontà di vivere è il mondo, in tutta la molteplicità delle sue parti e figure. L'essere, e il modo dell'essere, nel tutto come in ciascuna parte, è costituito solo dalla volontà. Essa è libera, essa è onnipotente. In ogni cosa appare la volontà, quale essa medesima in sé e fuori del tempo si determina. Il mondo non è che lo specchio di questo volere; ed ogni limitazione, ogni male, ogni tormento, che il mondo contiene, appartengono all'espressione di ciò che la volontà vuole: sono quali sono, perché essa così vuole. E' rigorosa giustizia, quindi, che ogni creatura sopporti l'essere in genere, e quindi l'essere della sua specie e della sua particolare individualità, interamente com'essa è, e in condizioni quali esse sono, in un mondo quale esso è, governato dal caso e dall'errore, temporaneo, effimero, ognora sofferente: e qualunque sorte le tocchi, qualunque le possa toccare, sarà sempre giustizia. La responsabilità dell'essere e della costituzione del mondo può essa solamente, e nessun altro, portare: poiché come potrebbe un altro assumerla per sé? Se si vuol vedere ciò che gli uomini, moralmente considerati, sono in tutto e per tutto, si consideri in tutto e per tutto il loro destino. Esso è penuria, miseria, strazio, tormento e morte. L'eterna giustizia impera: s'essi non fossero, presi collettivamente, così dappoco, non sarebbe neppure il lor destino, collettivamente preso, così triste. In questo senso possiamo dire: il mondo stesso è il giudizio universale. Se si potesse mettere in un piatto di bilancia tutto il dolore del mondo, e tutta la colpa del mondo nell'altra, la bilancia starebbe sicuramente in bilico.
Certo che alla conoscenza, quale essa, dalla volontà in proprio servizio generata, si forma nell'individuo in quanto tale, il mondo non appare come da ultimo si disvela all'osservatore, ossia come oggettità dell'una e unica volontà di vivere, che è l'individuo medesimo; invece il velo di Maja, come dicono gl'Indiani, turba lo sguardo dell'inconscio individuo: a lui, in luogo della cosa in sé, apparisce solo il fenomeno nel tempo e nello spazio, nel principio índividuationis, e nelle rimanenti forme del principio di ragione. In questa limitata cognizione non vede l'essenza delle cose, che è unica, bensì i suoi fenomeni, distinti, disgiunti, innumerevoli, contraddittori.[…]
§ 68
[…]Come vedemmo odio e malvagità aver per condizione l'egoismo, e questo poggiar sulla conoscenza circoscritta nel principio individuationis; così trovammo essere origine ed essenza della giustizia, nonché, salendo più in su, dell'amore e della nobiltà fino ai gradi più alti, l'oltrepassamento di quel principio individuationis. Che solo il guardar di là da questo sopprime la distinzione tra l'individuo nostro e gli altri, e rende possibile e spiega la perfetta bontà dell'animo, fino al più disinteressato amore e al più generoso sacrifizio di sé. Ma, dato in alto grado di chiarezza questo superamento del principio individuationis, data questa diretta cognizione della volontà identica in tutti i suoi fenomeni, essa eserciterà immediatamente sulla volontà un influsso procedente ancor più lontano. Se invero davanti agli occhi d'un uomo quel velo di Maja, che è il principium individuationis, s'è tanto sollevato, che quest'uomo non ponga più l'egoistico divario tra la sua persona e l'altrui, bensì agli altrui dolori tanta parte prenda, quanta ai propri, e quindi non soltanto sia in altissima misura soccorrevole, ma pronto addirittura a sacrificar se stesso non appena più individui estranei sian da salvare col sacrificio suo; allora ne consegue spontaneamente che un tale uomo, il quale in tutti gli esseri il suo più intimo e più vero io riconosce, anche gl'infiniti mali d'ogni vivente tiene come suoi, e così fa suo il dolore del mondo intero. Nessun dolore gli è più straniero. Tutti gli affanni altrui, ch'egli vede e può sì raramente lenire; tutti gli affanni, di cui ha notizia indiretta, o che semplicemente conosce come possibili, agiscono sullo spirito di lui come i suoi propri. Non è più l'alterno bene e male della sua persona, quel ch'egli ha in vista, com'è il caso degli uomini ancor prigionieri dell'egoismo; invece, scorgendo egli di là dal principio individuationis, tutto gli è ugualmente vicino. Conosce il tutto, ne comprende l'essenza, e la trova sempre involta in un continuo perire, in un vano aspirare, in intimo contrasto e in perenne dolore; vede, dovunque guardi, la sofferente umanità e la sofferente animalità, e un mondo evanescente. E tutto è a lui così vicino, com'è vicina all'egoista la sua propria persona. Ora, come potrebb'egli mai, con tal conoscenza del mondo, questa vita affermare con continui atti di volontà, e in siffatto modo sé ognora più strettamente alla vita avvincere, sempre più forte a sé stringerla? Se adunque colui il quale ancor prigioniero nel principio índividuationis, nell'egoismo, soltanto singole cose conosce, e il rapporto di esse con la sua persona; e quelle diventan poi motivi sempre rinnovati del suo volere; viceversa quella cognizione del tutto, dell'essenza delle cose in sé, diventa un quietivo della volontà lei genere e in particolare. La volontà si distoglie oramai dalla vita: ha orrore dei suoi piaceri, nei quali riconosce l'affermazione di quella. L'uomo perviene allo stato della volontaria rinunzia, della rassegnazione, della vera calma e della completa soppressione del volere. A noi, che ancora avvolge il velo di Maja, traluce a momenti, in mezzo a dolori nostri pesantemente sofferti o a dolori altrui vivacemente percepiti, la conoscenza della vanità e amarezza della vita, e allora con piena, definitivamente risoluta rinuncia vorremmo strappare al desiderio il suo pungolo, a ogni dolore sbarrare il cammino, purificarci e santificarci; ma tosto ci riafferra nelle sue maglie l'illusione del fenomeno, e di nuovo i suoi motivi mettono in moto la volontà: né perveniamo a districarcene. Gli adescamenti della speranza, la lusinga del presente, la dolcezza dei piaceri, il benessere, ond'è partecipe la nostra persona in mezzo al travaglio d'un mondo doloroso, in balìa del caso e dell'errore, ci traggono novellamente a sé e stringono di nuovo i legami. Perciò dice Gesù: " E' Più facile a una gomena passare attraverso una cruna d'ago, che a un ricco venire nel regno di Dio ". […]
La felicità consiste nel provare quello che c'è di bello nella vita. Si tratta di un’abilità individuale, e non di un’eventualità del destino: tutti possono essere felici se imparano a capire come si fa ad esserlo. Infatti, per vivere una vita felice è necessario essere capaci di godere di ciò che già si ha. La felicità non va ricercata nel futuro, ma nel presente, perché non dobbiamo dimenticare che il nostro attuale presente è il futuro che immaginavamo per noi qualche tempo fa. Molti dei nostri desideri sono stati realizzati, ambiziosi traguardi sono stati raggiunti…Ma siamo forse per questo ‘Felici’ ora? La risposta, sono sicura, è ‘no’, o meglio ‘ancora no’. Ognuno di noi ha qualcosa che ancora gli manca per essere felice: il matrimonio, un lavoro, la carriera, la casa, la laurea, la vacanza…L’evasione dal presente, l’incapacità di prendere decisioni, la tendenza alla procastinazione determinano l’idealizzazione del proprio futuro, che intanto diventa il presente e la storia continua. La felicità, sempre rimandata all’indomani, continua a sfuggire alla nostra esistenza, nell’illusione che qualche forza magica, soprannaturale o anche proveniente da qualche misteriosa area del proprio sé possa finalmente risvegliarsi e risolvere per incanto tutti i problemi. A volte l’infelicità deriva dalla sensazione di non avere o non avere abbastanza, di ciò che è necessario per vivere bene. Molto spesso si tratta di bisogni indotti dall'ambiente sociale ed in particolare da quei ‘persuasori occulti’ che, con logiche sottili ed ingannevoli, cercano di condizionarci nelle scelte e soprattutto nei consumi.
La verità è che, se vogliamo essere felici, possiamo esserlo immediatamente, perché la felicità non è nel futuro, ma nel momento presente: non conta quanto abbiamo, ma quanto riusciamo a godere di quello che possediamo.
E’ inutile trascorrere la vita inseguendo il successo, la fama, i soldi e il potere: mentre lottiamo e competiamo per raggiungere tutto ciò, ci allontaniamo inevitabilmente dai nostri valori e ci rendiamo schiavi di un sistema che da noi vuole sempre di più e sempre di meglio. Solo concentrandoci sul processo anziché sul risultato, allontanandoci dalla competizione e dalle illusioni condizionanti coniate ad arte dagli strateghi della comunicazione, potremo ritrovare la gioia nelle piccole cose della vita quotidiana e ritornare ad impostare la vita secondo i nostri valori.
Infine un’ultima considerazione: solo l’essere umano comprende il senso della morte, perché è nel pacchetto delle sue conoscenze, sin da quando era bambino. La consapevolezza della propria sicura fine lo spaventa e per dimenticare questa paura tenta di esorcizzarla tentando di non pensarci. E’ un comportamento infantile, un meccanismo di difesa basato sulla negazione. La morte esiste e dunque tanto vale tenerne conto. Se la vita deve essere breve, facciamo almeno che sia lieta e lasciamo i tormenti, le angosce, le competizioni, gli accumuli, a quelli che pensano di non dover morire mai.
La felicità esiste, ne ho sentito parlare.
Bufalino, Gesualdo Il malpensante, Bompiani, Milano, 2004, p. 111.
Si è più felici in solitudine che in compagnia. Non deriverà forse dal fatto che in solitudine si pensa alle cose e che in compagnia si è costretti a pensare alle persone?
Chamfort, Nicolas Massime e pensieri, Guanda, Parma, 1998, p. 56.
Si è felici soltanto quando i piaceri e le passioni sono soddisfatti.
Châtelet, Émilie du Discorso sulla felicità, Sellerio editore, Palermo, 1992 p. 36.
La nostra felicità non dipende soltanto dalle gioie attuali ma anche dalle nostre speranze e dai nostri ricordi. Il presente si arricchisce del passato e del futuro.
Châtelet, Émilie du Discorso sulla felicità, Sellerio editore, Palermo, 1992 p. 51.
Uno dei grandi segreti della felicità è moderare i desideri e amare ciò che già si possiede.
Châtelet, Émilie du Discorso sulla felicità, Sellerio editore, Palermo, 1992 p. 52.
L'uomo più felice è colui che non vuole cambiare il proprio stato.
Châtelet, Émilie du Discorso sulla felicità, Sellerio editore, Palermo, 1992 p. 53.
Ogni età ha la felicità che le è propria.
Châtelet, Émilie du Discorso sulla felicità, Sellerio editore, Palermo, 1992 p. 65.
Se vuoi una vita felice, devi dedicarla a un obiettivo, non a delle persone o a delle cose.
Einstein, Albert Pensieri di un uomo curioso, Mondadori, Milano, 1997, p. 143.
Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità (...). Da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità.
Epicuro Lettera sulla felicità (a Meneceo), Stampa alternativa, Milano, 1992, p. 5.
A volte, da noi dipende più la felicità altrui che la nostra.
Gervaso, Roberto Il grillo parlante, Bompiani, Milano, 1983, p. 143.
L'uomo più felice è quello che è in grado di collegare la fine della sua vita con l'inizio di essa.
Goethe, Johann Wolfgang Massime e riflessioni, TEA, Milano, 1988, p. 58.
Chi opera lietamente e si rallegra del suo operato, è felice.
Goethe, Johann Wolfgang Massime e riflessioni, TEA, Milano, 1988, p. 260.
Si gusta doppiamente la felicità faticata.
Gracián, Baltasar Oracolo manuale e arte di prudenza. [Roncoroni]
Per essere perfettamente felici bisognerebbe non sapere nulla della propria felicità: ma c'è mai stato un solo sentimento umano, per quanto puro, che non sia stato sfiorato da qualche impercettibile riflessione?
Jankélévitch, Vladimir Aforismi, Dedalo, Bari, 2000, p. 58.
L'uomo non può essere partecipe della felicità o dell'infelicità altrui fin tanto che non si sente egli stesso soddisfatto.
Kant, Immanuel Bemerkungen, Meltemi Editore, Roma, 2001, p. 63.
La felicità è formata di sventure evitate.
Karr, Alphonse Aforismi, Newton Compton, 1993, p. 77.
Non si è mai tanto felici né tanto infelici quanto si crede.
La Rochefoucauld, François de Massime, Rizzoli, Milano, 1992, p. 45 (49).
La felicità sta nel gusto e non nelle cose; si è felici quando si ha ciò che ci piace e non quando si ha ciò che gli altri trovano piacevole.
La Rochefoucauld, François de Massime, Rizzoli, Milano, 1992, p. 45 (48).
Ad alcuni per essere felici manca davvero soltanto la felicità.
Lec, Stanislaw J. Pensieri spettinati. [Roncoroni]
La felicità è un modo di vedere.
Ojetti, Ugo Sessanta. [Roncoroni]
Penso che prima di tutto essere in buona salute vi rende felici, ma funziona anche nell'altro modo. Secondo me è molto meno probabile che un uomo felice si ammali che non un uomo infelice.
Russell, Bertrand Bertrand Russell dice la sua, Longanesi, Milano, 1982 (1960), p. 108.
Tutto quel che sapete far bene contribuisce alla vostra felicità.
Russell, Bertrand Bertrand Russell dice la sua, Longanesi, Milano, 1982 (1960), p. 113.
C'è un unico errore innato, ed è quello di credere che noi esistiamo per essere felici.
Schopenhauer, Arthur L'arte di insultare, Adelphi, Milano, p. 63.
La sola felicità è quella di non nascere.
Schopenhauer, Arthur L'arte di insultare, Adelphi, Milano, p. 107.
Quando siamo felici noi siamo sempre buoni, ma quando siamo buoni non sempre siamo felici.
Wilde, Oscar Il ritratto di Dorian Gray, Mondadori Scuola, Milano, 1990, p. 96
Con i grandi filosofi alla scoperta della felicità
“Distrazione. Non avendo potuto sanare la morte, la miseria, l'ignoranza, gli uomini hanno deciso, per essere felici, di non pensarci .”
Blaise Pascal
“Vivete, se volete dar retta a me, non aspettate domani…”
Pierre de Ronsard
“Il percepire di vivere appartiene alle cose piacevoli in sé.”
Aristotele
“La filosofia è un'attività che, con discorsi e ragionamenti, ci procura la vita felice.”
Epicuro (riportato da Sesto Empirico)
Per noi uomini, esseri destinati a perire, la felicità è la più sentita delle aspirazioni e un'esigenza impellente. Il tempo scorre inesorabile e, in ogni singolo istante, rincorriamo affannosamente la buona ora – o bonheur come si chiama in francese la condizione a cui tanto aneliamo –, ma la meta ci sembra sempre difficile e sfuggente.
Eppure, per conquistarla e conservarla una volta raggiunta, disponiamo di una risorsa straordinaria: il pensiero. Se ne comprendiamo la forza, se ne sfruttiamo a pieno le potenzialità, diventiamo padroni della nostra vita interiore e ci apriamo la via alla completa soddisfazione e alla serenità. Occorre però tenere in esercizio questa prodigiosa facoltà evitando che si addormenti, e lo strumento più efficace per farlo è proprio la filosofia, che altro non è se non ginnastica per l'intelletto.
Scrittore e opinionista molto stimato in Francia, Henri Pena-Ruiz prende spunto in questo libro dalle affermazioni dei più grandi pensatori di ogni tempo – da Socrate a Cartesio, da Montaigne a Nietzsche, e tanti altri – per accompagnare i lettori in tredici “passeggiate della mente”, tredici itinerari accessibili a tutti e intellettualmente stimolanti. Fra racconti e analisi, momenti poetici e considerazioni filosofiche, l'autore non vuole offrirci facili ricette per essere felici, tutt'al più qualche consiglio, come: “scacciare le paure e le angosce che paralizzano, ricorrendo alla ragione per capirne i fenomeni”; “coltivare la felicità di comprendere, che diventa per abitudine gioia semplice e forte”; “di fronte alle incertezze che assillano, associare pazienza e coraggio”.
Non un ponderoso e impenetrabile saggio filosofico, ma un testo brillante che offre innumerevoli spunti di riflessione, Filosofia della felicità è un invito a prenderci cura dei nostri pensieri per coltivare al meglio il gusto per la vita, il gusto per il mondo e il gusto per gli altri. Un libro da leggere per non lasciarci sfuggire nessuna occasione di felicità
Epicuro (341-270 a.C.)
Le filosofie post-aristoteliche, dette anche filosofie ellenistiche, focalizzarono il loro interesse su problematiche di ordine etico. In quell'età - l'Ellenismo (323 a.C. - 30 a.C.) - la filosofia definisce infatti in modo diverso il proprio compito. Fino ad Aristotele essa si era data come mèta la conoscenza del reale, scorgendo in essa il fine supremo del pensiero e della vita stessa; ora si accentua particolarmente l'ideale pratico, e compito specifico della filosofia diventa quello di indicare i contenuti e le condizioni di realizzabilità di una vita giusta e felice. Da qui la nascita delle tre grandi scuole filosofiche dell'Ellenismo: Epicureismo, Stoicismo e Scetticismo. Il fine che questi tre indirizzi avevano di vista era identico: quello di garantire all'uomo la tranquillità dello spirito. Ma le vie che essi additano per raggiungere tale fine erano molto diverse.
E' di Epicuro la celebre sentenza: "Vana è la parola del filosofo se non allevia qualche sofferenza umana". Se la filosofia ha diritto di cittadinanza nel mondo degli uomini, ciò è dovuto alla sua capacità di placare le sofferenze che la vita comporta. Il valore della filosofia è dunque strumentale: il suo fine principale è di raggiungere la felicità. Epicuro ritiene infatti che la verità possa facilmente essere scoperta e compresa dall'uomo e che quindi la filosofia, come attività che ci permette di conoscere razionalmente la verità, sia alla portata di tutti ed abbia un carattere liberatorio. E' naturale quindi, come corollario, che la filosofia sia per tutti - uomini e donne - e per tutte le età. Coerentemente con questa tesi, le comunità epicuree erano aperte a tutti, senza distinzione di sesso o di condizione sociale. "Se siamo felici abbiamo tutto ciò che ci occorre", e la felicità è ottenibile da parte di tutti ed è per tutti. Per possederla però il giovane deve liberarsi dalle paure "per affrontare con coraggio l'avvenire", mentre il vecchio deve saper conservare i bei ricordi per rimanere giovane nello spirito. La filosofia si presenta sotto una duplice veste: da una parte insegna, attraverso la conoscenza della natura delle cose, a liberare la mente dalle inquietudini; dall'altra insegna a godere dei piaceri della vita. E' quello che Epicuro esprime nella sua dottrina del quadrifarmaco: la filosofia
1) libera l'uomo dalla paura degli dèi;
2) libera l'uomo dalla paura della morte;
3) dimostra la brevità e provvisorietà del dolore;
4) dimostra la facile raggiungibilità della felicità, che consiste nel piacere.
Vediamo uno per uno i singoli punti.
1) Per quanto riguarda il timore verso gli dèi, Epicuro sostiene che gli dèi di certo esistono, hanno forma simile all'umana ma più perfetta, ed abitano gli spazi vuoti tra i mondi (intermundia) che sono infiniti, ed in essi ogni cosa è composta di atomi e vuoto. L'uomo non deve avere paura degli dèi perché essi non si preoccupano né del mondo né tantomeno dell'uomo. Ogni preoccupazione sarebbe infatti contraria alla loro beatitudine giacché sarebbe una sorta di obbligo nei nostri confronti, mentre invece essi sono senza obblighi e beati. D'altra parte, nel mondo vi è il male e ciò indica che gli dèi non intervengono. Infatti -dice Epicuro - "la divinità o vuol togliere i mali o non può, oppure può e non vuole o anche non vuole né può o infine vuole e può. se vuole e non può, è impotente; se può e non vuole, è invidiosa; se non vuole e non può, è invidiosa e impotente; se vuole e può, donde viene l'esistenza dei mali e perché non li toglie?" (fram. 374 Usener). Perciò il saggio, liberato dalle superstizioni, può vivere con pienezza la sua vita terrena e attingere in questo modo la felicità.
2) La morte non deve essere temuta perché... non è nulla. "Quando ci siamo noi, la morte non c'è, e quando c'è la morte, non ci siamo noi", dice Epicuro. Inoltre, visto che la morte consiste nella separazione dell'anima dal corpo e visto che per Epicuro anche l'anima è materiale essendo composta da atomi, nel momento della morte, quando gli atomi si separano, ogni sensazione cessa, e noi non 'sentiamo' più nulla, né dolore né piacere. La morte è quindi semplice assenza di sensazioni, ed è dunque sciocco averne paura.
3) Per dimostrare la brevità del dolore, Epicuro afferma quanto segue: se il male è lieve, il dolore fisico è sopportabile, e non è mai tale da offuscare la gioia dell'animo; se è acuto, passa presto; se è acutissimo, conduce presto alla morte, la quale non è che assoluta insensibilità. E i mali dell'anima? Essi sono prodotti dalle opinioni fallaci e dagli errori della mente, contro i quali c'è la filosofia e la saggezza.
4) La felicità è facilmente raggiungibile e consiste nel piacere. Ma che cosa intende Epicuro per piacere? Per rispondere dobbiamo anzitutto dire che si assiste qui ad un clamoroso rovesciamento di valori e di fini: a differenza di Platonismo, Aristotelismo e anche Stoicismo (lo vedremo la prossima volta), il piacere viene considerato da Epicuro come il principio e il fine della vita felice. Direi di più: il piacere è il bene primo, connaturato con noi stessi. L'uomo quindi è felice secondo natura, a meno che non gli manchi qualcosa. Infatti il piacere è la felice sensazione di pienezza che l'uomo prova naturalmente se non lo limitano dei piaceri insoddisfatti. Tutto ciò che dobbiamo fare è mantenerci nel piacere, eliminando le cause che disperdono la pienezza del nostro essere. L'infelicità degli uomini deriva dal fatto che essi temono le cose che non devono essere temute e desiderano le cose che non è necessario desiderare e che sfuggono loro. Sono dunque privati dell'unico piacere autentico, che è il piacere di essere. Anziché rappresentarci i mali in anticipo per prepararci a subirli, dobbiamo, al contrario, staccare la nostra mente dalla visione delle cose dolorose e fissare lo sguardo sui piaceri. Occorre far rivivere il ricordo dei piaceri passati e godere dei piaceri del presente, riconoscendo quanto siano grandi e piacevoli tali piaceri del presente. Non tanto quindi vigilanza, quanto scelta deliberata, sempre rinnovata, della distensione e della serenità, ed una gratitudine profonda verso la natura e la vita che ci offrono incessantemente, se sappiamo trovarli, il piacere e la gioia ("Sia reso grazie alla beata natura che fece le cose necessarie facilmente procacciabili, quelle difficilmente procacciabili non necessarie"). Vivere nel momento presente è, ancora una volta, un invito alla distensione e alla serenità: la preoccupazione rivolta al futuro, che ci lacera, ci nasconde il valore incomparabile del semplice fatto di esistere. Inoltre, per gli Epicurei, proprio il piacere è una sorta di "esercizio spirituale": piacere intellettuale della contemplazione della natura, pensiero del piacere passato e presente, piacere infine dell'amicizia. Nell'esaltare l'amicizia, Epicuro assume a volte dei toni di pura poesia. Vi è per lui nella amicizia (philia) una serenità più profonda, superiore anche a quella dell'amore (eros), perché più facilmente si può conservare libera da sentimenti che procurano dolore come la gelosia o il dolore del distacco o la paura di non essere riamati.
L'atteggiamento di Epicuro verso gli altri uomini è riassumibile nella sua massima: "E' non solo più bello ma anche più piacevole fare il bene anziché riceverlo". In questa massima, il piacere assurge a fondamento e a giustificazione della solidarietà fra tutti gli uomini. E infatti Diogene Laerzio ci testimonia l'affetto di Epicuro per i genitori, la sua fedeltà agli amici, il suo senso di solidarietà umana (cfr. Vite dei filosofi, X, 9).
Noi compiamo tutte le nostre azioni - dice Epicuro - al fine di non soffrire e di non avere l'animo turbato. Se ci troviamo già in questa condizione, non desideriamo nulla, perché nulla ci manca. E' questo l'obiettivo da raggiungere, è in questo che consiste la felicità o il piacere, e cioè appunto nella aponia (assenza di dolore fisico) e nella atarassia (assenza di dolore spirituale). E' qui il "segreto" della felicità degli dèi ed è questo il motivo per cui noi dobbiamo imitarli, anche se essi non si curano di noi. In altre parole, la felicità consiste nel piacere stabile, che è assenza di dolore, e non nel piacere in movimento, che sono i momenti di gioia, di allegria, e simili. Se è così, la pienezza del piacere si attinge nella caduta del desiderio. Non per nulla, per Epicuro, solo i desideri naturali e necessari vanno appagabili (quelli legati alla salute, alla vita, al piacere), mentre gli altri vanno limitati o abbandonati. Da questo punto di vista, è più felice un vecchio che un giovane. Dice infatti Epicuro: "Non il giovane è felice, ma il vecchio che ha vissuto una vita bella; poiché il giovane nel fiore dell'età è mutevole ludibrio della sorte; il vecchio invece giunse a vecchiezza come a tranquillo porto e di tutti i beni che prima aveva con dubbio sperato ora ha sicuro possesso nella tranquilla gioia del ricordo".
Il piacere - in quanto sensazione interiore - deve essere posto come norma delle nostre affezioni. Il principio è il seguente: ogni piacere è di per sé un bene, ma non è detto che le sue conseguenze nel tempo siano vantaggiose per noi. Viceversa, ogni dolore è un male, ma non è detto che da un male non possa derivare un bene per noi. Quindi il piacere diventa la norma su cui giudicare le nostre azioni perché ci suggerisce cosa scegliere, spingendoci verso ciò che nel tempo ci è più favorevole. Solamente un accorto calcolo dei piaceri può far sì che l'uomo basti a se stesso e non diventi schiavo né dei desideri né delle preoccupazioni, rinunciando ai piaceri da cui deriva un dolore maggiore (per fare un esempio attuale si pensi alle droghe o al fumo o al bere) e sopportare i dolori da cui potrà derivare un piacere maggiore. Insomma, per Epicuro il piacere è il bene completo e perfetto quando sia inteso come non aver dolore nel corpo né turbamento nell'animo. Per questo egli fa un elogio della phronesis (=saggezza, prudenza), considerata il fondamento di tutte le virtù. Essa ci abitua a contenere i desideri, a valutare con cura le conseguenze delle nostre scelte, prevedendo un ampio margine di sicurezza, per evitare che da un bene abbia a derivarne un male. Dice infatti Epicuro: "Per ognuno dei desideri va posta questa domanda: che cosa mi accadrà se si realizza il mio desiderio, e che cosa, se non si realizza?". In conclusione, la vita sarà felice se saprà essere vissuta con saggezza, semplicità e giustizia. "Non ci può essere vita felice se non è anche saggia, bella e giusta; e non vi è vita saggia, bella e giusta che non sia anche felice. Le virtù sono infatti connaturate ad una vita felice, è questa è inseparabile dalle virtù".
Agli uomini del suo tempo, Epicuro ricordava che il vero bene è sempre e soltanto in noi. Il vero bene è la vita, e a mantenere la vita basta pochissimo, e quel poco è a disposizione di tutti, di ogni singolo uomo.
è vero che la felicità è solo per un attimo e appena ti chiedi il motivo della tua felicità te la senti scappare dalle mani, la senti scivolare via piano piano e non sai quando tornerà, ed allora ti affanni per far sì che sia il più presto possibile ma più la cerchi e più ti dai da fare per trovarla più lei se ne sta nascosta e prolunga la sua attesa e allora stai male e pensi che non potrai più essere felice e quando sei lì lì per rinunciare eccola che torna, inaspettata e allora fai in modo che duri per sempre, che quell'attimo sia eterno ma non lo è, come può esserlo in questo mondo pieno di menzogne?la felicità è solo un attimo fugace che non va cercata perchè non si fa vedere, si nascoste tra le cose del mondo e si nasconde in fondo al cuore, è timida e quando la trovi si nasconde da un'alòtra parte.....
e anche per oggi ho dato il mio contributo alla filosofia