Chi Sono
Utente: Eowynrohan
Nome: Sammy
io sono io, mi pare ovvio. castana chiara, occhi marroni. una "normalissima"(per quel che si può essere normali) ragazza di 19 anni che ama la sua vita, a volte un po' monotona ma piena di emozioni. per adesso libera come l'aria ma alla ricerca impossibile della sua metà perfetta.(se solo lui lo sapesse)

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Odio
beh, chi non ama me per come sono,tutto il pacchetto incluso, odio ovviamente le mie malattie, anche se imparerò sicuramente ad amarle con il tempo ( celiachia e diabete)
Amo
John Cena, Daniele, Cris, la mia migliore amica Martina, Charlie, la mia eroina Eowyn, la mia vita, la musica, Miguel Angel Munoz,
Leggo
3msc hvdt scusa ma ti chiamo amore ti prego ti prego ti prego fa che lui chiami caos calmo Twilight New moon Eclipse
Ascolto
Avril Lavigne, Tzn Ferro, John Cena, Paolo Menguzzi, Laura Pausini, Gemelli Diversi, Luca Dirisio, Eminem, Finley, insomma a me la musica piace tutta!
Guardo
la fabbrica di cioccolato la compagnia dell’anello le due torri il ritorno del re shark tale l’era glaciale l’era glaciale 2 i fantastici 4 il pianeta del tesoro pirati dei carabi shrek shrek 2
MAI NATA
Passa passa passa Poi imprechi ma non passa mai La tua fame è sveglia, cazzo, no non va mai a dormire lei Sogni sogni sogni Ma sai già quanto costano Qualche notte in piedi a sopravvivere al fatto che Non è la realtà E la conosci già La fine che farà La tua forza di volontà Andrà a farsi fottere Ti dicono "sii forte" si ma Son bravi a parlare Che ne sanno di che hai dentro te In quel frigo...si freddano le lacrime In dispensa...rinchiudi le tue ansie e poi Sotto il letto...nascondi la tua polvere Poi non dormi...ti chiudi e rifletti RIT: E' la vita che unita al dolore si ciba di te E della tua strada sbagliata E continui a pensare, placando il tormento, che bello se non fossi mai nata Salpa salpa salpa Il raziocinio toglie l'ancora Da una cerebrale come te nessuno se lo aspetta Parli parli parli Sei un vulcano inarrestabile Treno più che rapido, efficiente poco timida Ma ti hanno detto mai Che devi amarti un po' Puoi rallentare e poi Pensare un po' più a te Che sicurezza mostri se I casini sai risolvere Ma i problemi tuoi Non li affronti proprio mai In quel frigo...si freddano le lacrime In dispensa...rinchiudi le tue ansie e poi Sotto il letto...nascondi la tua polvere Poi non dormi...ti chiudi e rifletti Rit: ... E non passa più E non cambia mai Cuore nello stomaco Testa senza eroi RIT:
Oroscopo
Il Sole transita nei Pesci approssimativamente dal 20 Febbraio al 19 Marzo . Giove e Nettuno sono i pianeti dominanti, l'elemento è l'acqua, la qualità è mutevole. Il segno dei Pesci e' caratterizzato in maniera privilegiata dal fatto di chiudere il cerchio dello Zodiaco. Viene popolanamente considerato instabile e volubile; in realta', il suo compito e' quello di rimettere in discussione tutto quello che e' stato fatto prima di lui. Per far cio', spesso si isola in un proprio mondo, fatto di emotivita' e di sensazioni che appartengono solo a lui. Quando si affaccia sul mondo reale, lo fa con canoni che sono riservati al suo modo di essere. Ha un modo critico e artistico di porsi. E', dunque, un creativo. Inoltre, ha un'intuizione senza uguali, che fa pensare a lui come a una persona con un potenziale "sesto senso". Come tutte le persone particolarmente buone, il Pesci e' facilmente influenzabile dal prossimo, spesso negativamente. Non di rado, soffre perche' non viene compreso dall'ambiente circostante. Quando, pero', riesce a inserirsi in un contesto lavorativo o sociale che capisce il suo grandissimo potenziale di innovazione e di miglioramento, puo' essere apprezzato piu' di chiunque altro, e addirittura diventare un leader. Per quanto concerne il rapporto con la Salute, il segno dei Pesci e' legato sia al sistema immunitario che ai piedi. Una persona dei Pesci potrebbe, di conseguenza, soffrire di malattie virali, che vanno subito diagnosticate e fermate prima che debilitino l'organismo. Inoltre, ha problemi agli arti inferiori: vesciche e unghie incarnite possono presentarsi, soprattutto nella stagione estiva. Da notare, poi, che la straordinaria sensibilita' del segno dei Pesci puo' causargli malanni di natura nervosa. Come immaginabile, per una persona che vive molto del suo tempo in un proprio mondo, il Pesci e' straordinariamente romantico, come nessun altro segno dello Zodiaco. Il problema e' capire quando il suo amore e' davvero rivolto a una persona e quando e' invece rivolto all'idealizzazione di tale persona. Il Pesci ripone una fiducia smisurata nella coppia e va, ovviamente, in crisi se qualcosa gli fa comprendere che la perfetta armonia fra due persone e' molto difficile da raggiungere. A volte, a causa di queste presunte delusioni, tende a tradire il partner. Il senso di colpa, pero', lo fa tornare indietro. Per evitare che un partner Pesci tradisca, bisogna mantenere la sua illusione che l'amore possa essere eterno, ideale e privo di mondane asperita'. Rappresentanti importanti di questo segno: Michelangelo, Albert Einstein, Arthur Schopenhauer, Michail Gorbaciov, Gianni Agnelli, Sharon Stone, Cindy Crawford Colore da portare: il verde che porta tranquillità. Pietra portafuna: l'l' ametista che protegge dagli eccessi. Metallo: lo stagno. Fiore: la Glicine. Giorno favorevole: il giovedì.
Frase scorrevole
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sabato, 28 aprile 2007
dr.house

House: Io sono un bastardo ed è per questo che oggi prendo la bistecca della mensa senza pagarla.
[rivolto alla cuoca]
Oggi solo insalata grazie, voglio fare un po' di dieta.

Chase [guardando il display del telefono]: Ehi, è la CNN.
House [al telefono]: Io penso che il dottor Stokes sia un perfetto idiota. Si, potete fare il mio nome. È C-U-D-D-Y.

- Vede? (Mostra il polso)
- È un trucco di magia? Sono un grande fan di David Copperfield, ma penso che quel tornado di fuoco sembrasse un po' fasullo...

È per - per la misura che l'hai scelto, per la forma o per - per la potenza dei bassi?

- Vostra figlia ha la TTP! Tranquilli... è curabile, guarirà.
- Aspetti... ma che cos'è la TTP?
- Ehh... sono solo paroloni che non avete mai sentito prima e per fortuna non sentirete più! Buona giornata!
- E quando possiamo portarla via?
- Ahn, entro qualche giorno... serve un piccolo intervento per eliminare la causa prima e poter fare la... beh, un altro parolone!
- La causa prima? Che cos'è?
- Eh... le si è sviluppata una massa abnorme nell'addome!
- E che intervento è?
- Mhm... molto semplice! Ne facciamo tanti...

- Le parla davvero quattro lingue o conta sul fatto che chi le fa il colloquio non ne sappia nessuna?
- È vero... ne posso aggiungere altre due.

Ma niente paura... molte donne imparano ad abracciarli questi parassiti. Gli danno un nome, gli mettono dei bei vestitini, li portano al parco, con altri parassiti.

È mio. Non potete averlo. Oh, no, non ho il problema del controllo del dolore... è proprio il dolore il mio problema! Ma chi lo sa... magari mi sbaglio. Forse sono troppo impasticcato.

- Cosa ne pensi del sesso?
- Beeeh, potrebbe essere complicato, lavoriamo insieme, io sono più vecchio, ma magari ti piaccio!
- Dicevo che forse ha la neurosifilide...
- Tzè, bella copertura!

Preferisce un dottore che le tiene la mano mentre lei muore o uno che la ignora mentre cerca di guarirla?

I pazienti pretendono la garanzia della guarigione. Ma non facciamo automobili. Non diamo la garanzia!

Sono l'unico dottore a lavorare qui contro la propria volontà. Ma non vi preoccupate. Questo lavoro sarebbe in grado di farlo anche una scimmietta.

Siamo diventati medici per curare le malattie, non per parlare con i pazienti. Non possono mentirci se noi non parliamo con loro. Perché i pazienti sono tutti bugiardi.

- A volte con questa stampella mi scambiano per un paziente!
- Allora metti il camice come tutti noi
- No, altrimenti mi scambiano x un medico.

Credere il meglio delle persone non significa migliorarle...

Le persone scelgono le vie più facili per avere il massimo con il minimo sforzo.

Credevo fossi troppo contorto per amare,ma mi sbagliavo...è me che non vuoi amare...

Tu preferiresti un dottore che ti sta accanto mentre muori o un dottore che ti ignori mentre guarisci?
Certo sarebbe davvero terribile un dottore che ti ignora mentre muori...

Credere il meglio delle persone non significa migliorarle.

 

 

- Voi, immediatamente nell'atrio!
- Mi fa male la gamba! Sono giustificato!

- Quando facevo medicina c'era questo anziano professore...
- Che ti toccava in dei posti osceni?
- Prima che venisse introdotta la tac si era specializzato nell'ecografia trans-craniale...
- Mhm... vecchiotta, ma se l'emoraggia è forte può funzionare. Ok (Rivolto a Foreman) fa come dice quello che non si è specializzato in neurologia.
- Mhm (esce).
- Ma è stata mia l'idea!
- Gni gni gni gnè!

- So che ho il tunnel carpale e vengo operato lo stesso pomeriggio!
- Che storia affascinante... ha mai pensato di adattarla per il teatro?

- Ehi, le conosci le emorroidi?
- No.
- Beh, guarda su Google e mangiati un po' di crusca invece delle frittelle.

- Abbiamo una richiesta di consulto del dottor Lenkins.
- Non so chi sia.
- Lui ti conosce.
- Qual è il problema?
- Infarto.
- Non so chi sia, non lo conosco.

- Hai mai visto uno scroto con un pearcing infetto?
- Ahm... no... ma ci sono un paio di persone a cui vorrei che accadesse...

Si chiama solo Joey? Speravo in un soprannome... Joey Mango... Joey il Mozza Orecchie.

- Lo sta dicendo per avere l'occasione di vivere un bel momento familiare o è il parere di un medico?
- È una diagnosi!
- Peccato... speravo fosse l'altro motivo.

Un club segreto? Qual è il segreto? Sono tutti idioti?

- Ehi, le mie dita sono insensibili!
- Il suo orologio è troppo stretto.

- Qual è il suo problema?
- Una gamba matta, ed il suo?

- Il fegato ha smesso di funzionare!
- Cosa? Ma che significa?
- Che sta bene, possiamo dimetterlo!

- È incredibile, l'hai autorizzato tu...
- Davvero? Perché incredibile? Proprio da me...

Allora, ero in ambulatorio! Ubriaco! Ho aperto un cassetto, ho chiuso gli occhi, ho preso la prima siringa che ho trovato e...

- Non è la cura che le hai dato per quello che non aveva?
- Si per... Ehi! La tua è una domanda tranello, eh?

- Che roba è quella?
- Bastoncini...
- In casa di uno sciancato? Mi prendete in giro?

Non si distragga, le scimmie spaziali le saltano addosso!

Sono le tre, io vado via, dica alla Cuddy che c'è un paziente lì alla due che ha bisogno di attenzioni e che forse deve anche denunciare un caso di download pirata.


Scritto da: Eowynrohan alle ore 21:03 | link | commenti (3) | categoria:
poesia

Il Poema di Nimrodel

Elfica fanciulla d'un tempo passato,
Stella che brilla di giorno
,
Bianco il suo mantello e d'oro bordato
E le scarpe grigio argento.

Una stella legata sulla sua fronte,
Una luce sui suoi capelli,
Il sole brilla tra le fronde
A Lórien la bella.

Lunghi i capelli, bianca la pelle,
Della bella e libera fanciulla;
Nel vento come luce veloce e
Foglia di tiglio.

Accanto alle cascate di Nimrodel,
Dalle acque chiare e fresche,
La sua voce come gocce d’argento
Squillava tra i flutti scintillanti.

Nessuno sa per quali alti valichi,
Se all'ombra o al sole, ora ella errando vada,
Perché Nimrodel in tempi antichi si smarrì
E nei monti si perse.

Nel grigio porto la elfica nave,
Sotto il riparo del monte,
Da giorni e giorni l'aspettava
Vicino al mare ruggente.

Un vento al Nord si levò di notte,
Forte gridava,
E trascinò via dagli elfici lidi la nave
Oltre l’inondante marea.

Quando oscura divenne l'alba le terre erano perdute,
Grigie svanivan le montagne
Oltre i flutti ondeggianti che scagliavano
le loro piume di accecante spruzzo.

Amroth vedeva la spiaggia svanire
Ora oltre il lungo mare,
Odiando la nave infida che lo portava
Da Nimrodel lontano.

Egli Re Elfico anticamente era,
Signore d'albero e di valle,
Quando d'oro erano i rami in primavera
Nella bella Lothlórien.

Lo videro balzare dal timone nel mare
Come la freccia dalla corda tesa,
E nelle acque profonde tuffarsi
Come il gabbiano dalle ali distese.

Il vento soffiava nei fluenti capelli,
La schiuma splendeva intorno a lui,
Lungi lo videro possente e bello
galleggiare come un cigno.

Ma da ovest non è giunta notizia
E sul Vicino Lido
Gli Elfi di Amroth nulla più
han saputo.

Un vento si destò
e soffiando forte e libero,
portò la nave dagli elfici lidi
al di là del mare.

Oltre le onde le rive erano grigie,
e le montagne sprofondavano;
salato come lacrime lo spruzzo sferzante
il vento un grido di dolore.

Quando Amroth vide la spiaggia svanire
oltre il mare ondeggiante
egli odiò l’infida nave che lo portava
lontano da Nimlothel.

Re Elfico egli era anticamente
prima della nascita degli uomini
quando per al prima volta i rami d’oro pendevano
nella bella Lothlórien.

[...]

La schiuma era nei suoi fluenti capelli,
una luce risplendeva intorno a lui;
Lungi videro le onde sostenerlo
così come galleggia il cigno del Nord.

How happy is the blameless vestal's lot!
The world forgetting, by the world forgot.

Eternal sunshine of the spotless mind!
Each pray'r accepted, and each wish resign'd.

Un anello per domarli tutti, un anello per trovarli, un anello per ghermirli e nell'oscurità incatenarli.

E venne il crepuscolo. Andavano veloci, come ombre grigie in contrade rocciose.
(dalla conclusione del I capitolo de Le Due Torri)

«San Valentino è una festa inventata dai fabbricanti di cartoline di auguri per far sentire di merda le persone.»
(Joel)

Scritto da: Eowynrohan alle ore 21:03 | link | commenti | categoria:
me in eglish

Bright Star, Would I Were Steadfast as Thou Art

John Keats

Bright star, would I were steadfast as thou art?
Not in lone splendour hung aloft the night,
And watching, with eternal lids apart,
Like nature's patient sleepless eremite,
The moving waters at their priestlike task
Of pure ablution round earth's human shores,
Or gazing on the new soft-fallen mask
Of snow upon the mountains and the moors;
No yet still steadfast, still unchangeable,
Pillow'd upon my fair love's ripening breast,
To feel for ever its soft fall and swell,
Awake for ever in a sweet unrest,
Still, still to hear her tender-taken breath,
And so live ever?or else swoon to death.



Wondrous Moment

Alexander Pushkin

The wondrous moment of our meeting...
I well remember you appear
Before me like a vision fleeting,
A beauty's angel pure and clear.

In hopeless ennui surrounding
The worldly bustle, to my ear
For long your tender voice kept sounding,
For long in dreams came features dear.

Time passed. Unruly storms confounded
Old dreams, and I from year to year
Forgot how tender you had sounded,
Your heavenly features once so dear.

My backwoods days dragged slow and quiet
Dull fence around, dark vault above
Devoid of God and uninspired,
Devoid of tears, of fire, of love.

Sleep from my soul began retreating,
And here you once again appear
Before me like a vision fleeting,
A beauty's angel pure and clear.

In ecstasy the heart is beating,
Old joys for it anew revive;
Inspired and God-filled, it is greeting
The fire, and tears, and love alive.

Perhaps more appropriate for Aragorn and Arwen, but still lovely



She Walks in Beauty

George Gordon, Lord Byron

She walks in beauty, like the night
Of cloudless climes and starry skies;
And all that's best of dark and bright
Meet in her aspect and her eyes:
Thus mellow'd to that tender light
Which heaven to gaudy day denies.

One shade the more, one ray the less,
Had half impair'd the nameless grace
Which waves in every raven tress
Or softly lightens o'er her face;
Where thoughts serenely sweet express
How pure, how dear their dwelling-place.

And on that cheek, and o'er that brow,
So soft, so calm, yet eloquent,
The smiles that win, the tints that glow,
But tell of days in goodness spent,
A mind at peace with all below,
A heart whose love is innocent!



Of Pearls and Stars

Heinrich Heine

The pearly treasures of the sea,
The lights that spatter heaven above,
More precious than these wonders are
My heart-of-hearts filled with your love.

The ocean's power, the heavenly sights
Cannot outweigh a love filled heart.
And sparkling stars or glowing pearls
Pale as love flashes, beams and darts.

So, little, youthful maiden come
Into my ample, feverish heart
For heaven and earth and sea and sky
Do melt as love has melt my heart.



For some we loved

Omar Khayyam

For some we loved, the loveliest and the best
That from His vintage rolling Time hath pressed,
Have drunk the Cup a round or two before,
And one by one crept silently to rest.



Part Three: Love

Emily Dickinson

XLV

I've got an arrow here;
Loving the hand that sent it,
I the dart revere.

Fell, they will say, in skirmish
Vanquished, my soul will know,
By but a simple arrow
Sped by an archer's bow.



The Shield

by me

Were I the dream you tell
Or the end you near
Would I remain still?
Or would the high, white lands
Draw home my heart
To the anvil where was pressed
And hammered smooth
The shield that broke this arm
And kept my love cold?



Daughter of Kings

by Amy Buckles

Pale sun was striving against the night you'd known,
All fear slowly receding beneath the hands of kings,
When his eyes saw with pity the dark neglected throne,
Where you'd stood like a hooded falcon unmoved,
A white falcon knowing it dare not lift wings.

A winter-bourne lily, you were lovely but cold
A river swift, golden, washed down from the snows.
Your hands knew the sword, knew the bow to be pulled,
How to spill out the blood til the enemy's face,
Whiter than your own, felt the earth from your blows.

He felt of your trembling and knew you had fallen.
This heir of the king, stern, grey-cloaked and regal,
His eyes met your soul, then passed on to his calling,
No answering spark for your dry-tindered heart
No warmth for the falcon from the heart of an eagle.

You have watched him a-riding, a-riding away.
As a flower whose budding was touched by the frost
White robed, silver-girt with the winter's spring day
Your ungathered bloom lay unopened to the sun,
Your tears lay unshed as you grieved what you'd lost.

Do you still long for heights, do you still seek the sky
Where your wings cannot reach, and your breath is a cloud?
Will you ride seeking death turning aside your eyes
From the place in this world that is rightfully yours?
Firmly held inside, you would not cry unbound.

He is riding, a-riding, a-riding away.
To deadly darkness you would follow his lead,
On your own path of death: you have chosen your way
In deceit and despair, hard, tempered in pain,
What matter is death when souls no longer bleed?

You have broken the bars of your desolate cage,
By your hand would you shatter their power over you.
Jagged edges long sharpened by silence and rage
They will slash as you pass them, deathly to feel.
But what are wounds to the dead, never feeling anew?

Bright daughter of kings, fair maiden of Rohan
The blackness would find you before you'd know light.
White flower of winter, shining blade of the plains,
The enemy knew not the danger you posed,
For your heart was cold-darkened and ready to fight.

What is death to a warrior who is deadened inside,
This white falcon falling to earth from the heights?
When put to the test, from life there's no hiding,
You shone forth in glory, white golden and black,
As with valour you faced down the end of your flight.

With the courage of ice facing death's darkest fire,
Your blazing stood forth with great wrath at your loss:
A young maiden of Rohan and a child of the Shire.
No man by your side as you challenged this evil
With the aid of an other, also lonely and lost.

Spread forth your wings, and lift out of the night!
Sweet scented leaves join the voice of your brother.
Come out of despair and return to the light -
Your enemy is vanquished, your life is restored;
You wanted to die, but were spared for another.

And another will come, not an eagle of men,
But one who will share all your hopes and desires.
The sunlight is rising to touch you again,
To unfold your petals with a tender longing
And to soften your ice with his own gentle fires.

May 2003



Heart of a Warrior

by Rachel K.

A warrior, a caring maiden
Fair and flawless as the dawn
But destined for the night to fade in
Her blood and inner mind is drawn 
At first sight she might have been
A helpless lady, fair yet grim
But if you remove her mask of fineness
You’ll see so much more than just mere kindness 
A brave warrior, a fighter born!
Not just a pretty face to see
But keep in mind, her life is torn
Keeping her from what she needs to be 
Look upon her now and see her soul
Not just her hair, her eyes or face
But deep within her remains a hole
It’s needed to fill up empty space 
Stronger than most men there are
Eowyn of Rohan is there by far
Strong she is, and brave all along
She’s worthy a note or two in a song 
So look upon the fair daughter of kings
And know that things aren’t the way they seem
Because beneath her paining heart
Lies a stunning warrior to part 

At Théoden’s Death

The Battle of the Pelennor Fields

Mourn not overmuch! Mighty was the fallen,
meet was his ending. When his mound is raised,
women then shall weep. War now calls us!



Burial Song of Théoden

Many Partings

Out of doubt, out of dark, to the day’s rising
he rode singing in the sun, sword unsheathing.
Hope he rekindled, and in hope ended;
over death, over dread, over doom lifted
out of loss, out of life, unto long glory.



Éomer’s Song

The Battle of the Pelennor Fields

Out of doubt, out of dark to the day’s rising
I came singing in the sun, sword unsheathing.
To hope’s end I rode and to heart’s breaking:
Now for wrath, now for ruin and a red nightfall!



Lament for Théoden

The Muster of Rohan

From dark Dunharrow in the dim morning
with thane and captain rode Thengel’s son:
to Edoras he came, the ancient halls
of the Mark-wardens mist-enshrouded;
golden timbers were in gloom mantled.
Farewell he bade to his free people,
hearth and high-seat, and the hallowed places,
where long he had feasted ere the light faded.
Forth rode the king, fear behind him,
fate before him. Fealty kept he;
oaths he had taken, all fulfilled them.
Forth rode Théoden. Five nights and days
east and onward rode the Eorlingas
through Folde and Fenmarch and the Firienwood,
six thousand spears to Sunlending,
Mundburg the might Mindolluin,
Sea-kings’ city in the South-kingdom
foe-beleaguered, fire-encircled.
Doom drove them on. Darkness took them,
horse and horseman; hoofbeats afar
sank into silence: so the songs tell us.



Song of the Mounds of Mundburg

The Battle of the Pelennor Fields

We heard of the horns in the hills ringing,
the swords shining in the South-kingdom.
Steeds went stiding to the Stoningland
as wind in the morning. War was kindled.
There Théoden fell, Thengling mighty,
to his golden halls and green pastures
in the Northern fields never returning,
high lord of the host. Harding and Guthláf,
Dúnhere and Déorwine, doughty Grimbold,
Herefara and Herubrand, Horn and Fastred,
fought and fell there in a far country:
in the Mounds of Mundburg under mould they lie
with their league-fellows, lords of Gondor.
Neither Hirluin the Fair to the hills by the sea,
nor Forlong the old to the flowering vales
ever, to Arnach, to his own country
returned in triumph; nor the tall bowmen,
Derufin and Duilin, to their dark waters,
meres of Morthond under mountain-shadows.
Death in the morning and at day’s ending
lords took and lowly. Long now they sleep
under grass in Gondor by the Great River.
Grey now as tears, gleaming silver,
red then it rolled, roaring water:
foam dyed with blood flamed at sunset;
as beacons mountains burned at evening;
red fell the dew in Rammas Echor.

Théoden’s Battle Cry

The Ride of the Rohirrim

Arise, arise, Riders of Théoden!
Fell deeds awake: fire and slaughter!
spear shall be shaken, shield be splintered,
a sword-day, a red day, ere the sun rises!
Ride now, ride now! Ride to Gondor!

Scritto da: Eowynrohan alle ore 21:00 | link | commenti | categoria:
venerdì, 27 aprile 2007
avril
Scritto da: Eowynrohan alle ore 15:50 | link | commenti (2) | categoria:
martedì, 24 aprile 2007
il mito della caverna

Il mito della caverna

(Platone)

Considera degli uomini chiusi in una specie di dimora sotterranea a mo' di caverna, avente l'ingresso aperto alla luce e lungo per tutta la lunghezza dell'antro, e quivi essi racchiusi sin da fanciulli con le gambe e il collo in catene, sì da dover star fermi e guardar solo dinanzi a sé, ma impossibilitati per i vincoli a muovere in giro la testa; e che la luce di un fuoco arda dietro di loro, in alto e lontano, e che tra il fuoco e i prigionieri corra in alto una strada, lungo la quale è costruito un muricciolo, come quegli schermi che fanno i giocolieri a nascondere le figure, e sui quali esibiscono i loro spettacoli... Guarda ora degli uomini che lungo questo muretto trasportino utensili d'ogni genere, sporgenti oltre il muro, e statue e altre immagini animali di pietra e di legno, e ogni sorta di oggetti; e come è naturale alcuni di questi trasportatori parlino, e tanti altri stiano in silenzio...

Simili a noi, diss'io, ché questi cotali credi tu anzitutto che di sé stessi e gli uni degli altri vedano altro fuorché le ombre riflesse dal fuoco sulla parete dell'antro di fronte a loro? E che vedrebbero degli oggetti trasportati? Non forse lo stesso? E se fossero in grado di discorrere fra loro, non pensi tu che essi prenderebbero per realtà quel che appunto vedessero? E se il carcere avesse anche un'eco dall'opposta parete? Quando uno di quei che passano parlasse, credi tu che costoro riterrebbero sia altri a parlare, se non l'ombra trascorrente?

Insomma costoro sotto ogni rapporto non altro riterrebbero essere il vero, se non le ombre di quegli oggetti... Guarda ora quale sarebbe per loro la liberazione e la guarigione dai vincoli e dall'insensatezza, se cioè non avverrebbe loro naturalmente questo: qualora uno fosse sciolto e costretto d'un tratto ad alzarsi, a muovere in giro il collo, a camminare e guardare alla luce, e facendo tutto ciò provasse dolore e fosse incapace per il barbaglio di scorger gli oggetti di cui prima vedeva le ombre, cosa credi ch'ei direbbe se uno gli dicesse che prima vedeva solo vane apparenze, e che ora invece vede più giusto qualcosa di più vicino alla realtà, rivolto com'egli è a una realtà maggiore, e mostrandogli ogni singolo oggetto trapassante lo costringesse domandandogli a rispondere cosa esso sia? Non credi tu che ei resterebbe imbarazzato e riterrebbe le cose che vedeva prima più vere di quelle indicategli ora?

E se quegli lo costringesse a guardare alla luce stessa, non credi che gli farebbero male gli occhi e che ei fuggirebbe tornando a rivolgersi a quegli oggetti che può scorgere, e questi riterrebbe davvero più chiari di quelli mostratigli? E se uno lo trascinasse via a forza di lì, per l'aspra e ripida salita, e non lo lasciasse prima d'averlo tratto alla luce del sole, non credi che egli soffrirebbe e rilutterebbe a esser trascinato, e una volta giunto alla luce, con gli occhi pieni di bagliore, non sarebbe in grado di veder nulla delle cose che ora diciamo vere? Avrebbe bisogno di abituarvisi, pe poter vedere gli oggetti alla superficie; e anzitutto discernerebbe più facilmente le ombre, poi le immagini umane e degli altri oggetti riflesse nell'acqua, infine gli oggetti stessi; quindi egli vedrebbe più facilmente i corpi celesti e il cielo stesso di notte, guardando la luce delle stelle e della luna anziché di giorno il sole e la luce solare...

Se un tal uomo tornato a scender laggiù si risiedesse in quella stessa sede, non avrebbe gli occhi pieni di tenebra, giungendo d'un tratto dal sole?

E se egli dovesse tornare a riconoscere quelle ombre, a gara con quegli altri rimasti sempre in prigionia, mentre ha ancor la vista ottusa prima che gli occhi gli si rimettano a posto, e questo tempo dell'assuefarvisi non fosse brevissimo, forse che egli non farebbe ridere, e non si direbbe di lui che salito su ne torna con gli occhi rovinati, e che non val neanche la pena di tentare di andar su, se essi potessero averlo nelle mani e ammazzarlo, non lo ammazzerebbero forse?

(Tratto da La Repubblica di Platone, I Classici della Bur 1995, (VII, 514-518)

"La simbologia filosofica di questo mito è ricchissima. Senza pretendere di esaurirla tutta, cerchiamo di tradurne gli elementi essenziali mediante una catena sintetica di identificazioni possibili: la caverna oscura = il nostro mondo; gli schiavi incatenat i= gli uomini; le catene = l'ignoranza e le passioni che ci inchiodano a questa vita; le ombre delle statuette = l'immagine superficiale delle cose, corrispondente al grado gnoseologico dell'immaginazione; le statuette = le cose del mondo sensibile corrispondenti al grado della credenza; il fuoco = il principio fisico con cui i primi filosofi spiegarono le cose; la liberazione dello schiavo = l'azione della conoscenza e della filosofia; il mondo fuori della caverna = le idee; le immagini delle cose riflesse nell'acqua = le idee matematiche che preparano alla filosofia; il Sole = l'idea del Bene che tutto rende possibile e conoscibile; la contemplazione assorta delle cose e del Sole = la filosofia ai suoi massimi livelli; lo schiavo che vorrebbe starsene 'sempre là' = la tentazione del filosofo di chiudersi in una torre d'avorio; lo schiavo che ritorna alla caverna = il dovere del filosofo di far partecipi gli altri delle proprie conoscenze; l'ex schiavo che non riesce più a vedere le ombre = il filosofo che per essersi troppo concentrato sulle idee si è disabituato alle cose; lo schiavo deriso = la sorte dell'uomo di pensiero di venir scambiato per 'pazzo' da coloro che sono attaccati ai pregiudizi e ai modi di vita volgari; i grandi onori attribuiti a coloro che sanno vedere le ombre = il premio offerto dalla società ai falsi sapienti; l'uccisione del filosofo = la sorte toccata a Socrate".

) Quello che conosciamo è reale?

2) E’ giusto estendere agli altri la conoscenza?

DIALOGO

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quello che conosciamo può essere irreale ,come le ombre nel mito della caverna oppure reale come in una conoscenza verificata in diversi modi

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sono d’accordo con te

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Le ombre nella caverna sono una rappresentazione della realtà e quindi hanno un minimo di conoscenza del vero

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non è vero che è proprio irreale il mondo della caverna perché un po’ “vedi” conosco la realtà anche solo con la vista (senza le altre verifiche di Fabrizio). Anche un film non è realtà; tu vedi una rappresentazione. Quindi le ombre sono realtà come oggetto e inoltre lo rappresentano

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ma i prigionieri non sanno che è una rappresentazione; credono che sia la vera realtà!

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un’ombra non è un’allucinazione, è vera

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ma bisogna saperlo che è vera

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io penso che avete ragione tutti e due:le ombre sono reali ma è anche vero che poi (dietro di loro) c’è una realtà diversa

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per fare questa distinzione devi conoscere.Che ne sappiamo noi se fuori di noi del nostro mondo ci può essere un’altra realtà?

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La realtà è diversa a seconda delle conoscenze: un cieco non vede ma tocca e pensa che la realtà sia una sagoma, senza colore e senza tutto quello che si può conoscere con gli occhi

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L’ombra è realtà come concretezza; tu sai che c’è ma non ha vita. Essendo una rappresentazione non è realtà

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allora diciamo che è reale quello che verifichi con tutti i sensi

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Io vorrei passare alla seconda domanda. E’ giusto dare la propria conoscenza agli altri perché altrimenti rimarrebbero con qualcosa in meno

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se si condivide la conoscenza, c’è più cultura

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sono d’accordo: è giusto comunicarlo però le persone della caverna tutti, avevano paura di conoscere il nuovo

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è giusto estendere la conoscenza perché da soli si ha paura ad andare avanti, a volte si devono combattere le persone che non vogliono conoscere

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Inoltre hai paura della conoscenza perché hai paura di affrontarla

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la conoscenza è di tutti e tutti devono conoscere

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sono d’accordo ma vorrei aggiungere che, per come è fatto l’uomo, non è tanto semplice estendere la conoscenza. Gli uomini egoisti vogliono tenerla per sé

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volevo aggiungere una cosa sulla paura:la paura si deve superare per conoscere, ma non si può costringere nessuno. Ognuno deve essere libero di conoscere o meno

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non c’è bisogno di costrizioni. E’ un dovere aiutare gli altri a conoscere; si può fare passo passo come con i bambini piccoli:una difficoltà alla volta

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certo! Chi ha più opportunità ha il dovere di condividere le conoscenze con gli altri

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è giusto anche perché altrimenti non c’è progresso

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si, però se uno insiste nel contrario, bisogna lasciarlo libero

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secondo me la risposta è ovvia perché tutti dicono che è giusto

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non è così sempre. Abbiamo trovato gli egoisti che non vogliono condividere la loro conoscenza

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certo, si sentono superiori, godono a sapere cose in più degli altri

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se siamo tutti d’accordo che sia giusto, propongo di trovare una conclusione

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potremmo invece continuare con un’altra domanda: in che modo estendere la conoscenza?

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si potrebbe rispondere: parlando, discutendo cioè comunicando

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anche portando prove di quello che dici

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portando la conoscenza attraverso i libri

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essendo un insegnante che dà tutto quello che sa

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facendo come nel mito della caverna: la persona liberata è uscita; così si porta chi deve conoscere fuori (sul posto oggetto della conoscenza – spiega su richiesta)

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aiutando gli altri a capire con la propria conoscenza

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portando prove adatte alla persona, che riescano a convincerla

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mostrando i lati positivi della conoscenza

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…a tutti: bisogna invogliare a sapere, non imporre

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se si presentano solo i lai positivi non si fa conoscenza, si dà solo una parte. Anche i lati negativi vanno conosciuti

Scritto da: Eowynrohan alle ore 15:01 | link | commenti (2) | categoria:
quale origine è degna di noi?

quale origine è degna di noi? e dove si trova la radice della tua nobile stirpe, che rifiuta fieramente ogni parentela con le inclinazioni, quella radice in cui ha origine la condizione indispensabile dell'unico valore che gli uomini possono darsi da se stessi? non può essere niente di meno di ciò che eleva l'uomo al di sopra di sè (come parte del mondo sensibile), di ciò che lo lega a un ordine di cose che il solo intelletto è in grado di pensare e che nello stesso tempo suboprdina a sè il mondo sensibile ....

....non è altro che la personalità, cioè la libertà e l'indipendenza nei confronti del meccanismo dell'intera natura, considerata tuttavia contemporaneamente come facoltà di un essere sottostante a leggi speciali, cioè a leggi pure pratiche, che la sua stessa ragione gli fornisce; pertanto la persona, in quanto appartenente al mondo sensibile, è sottoposta alla propria personalità perchè appartiene nello stesso tempo al mondo intelleggibile. non bisogna dunque meravigliarsi se l'uomo, appartenendo a due mondi, debba considerare iol proprio essere, rispetto alla sua seconda e suprema determinazione, con venerazione e le leggi di essa col massimo rispetto.

KANT

Scritto da: Eowynrohan alle ore 15:00 | link | commenti | categoria:
voltaire
Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo.
  • I disapprove of what you say, but I will defend to the death your right to say it.

voltaire ha detto:

RICORDATE CHE L'INTOLLERANZA NON PRODUCE CHE IPOCRITI O RIBELLI

VORRESTE FAR DIFENDERE DAL BOIA LA RELIGIONE DI UN DIO CHE DAL BOIA è STATO UCCISO, E CHE NON HA PREDICATO SE NON LA DOLCEZZA E LA PAZIENZA?

TU NON CI HAI DATO UN CUORE PERCHè CI ODIASSIMO, MANI PERCHè CI SGOZZASSIMO; FA CHE SAPPIAMO AIUTARCI VICENDEVOLMENTE A SOPPORTARE IL FARDELLO D'UNA VITA PENOSA E BREVE

POSSANO GLI UOMINI RICORDARSI CHE SONO TUTTI FRATELLI!

  • Ai vivi si devono dei riguardi, ai morti si deve soltanto la verità. (da una lettera del 1719)
  • Alla corte, figliolo, l'arte più necessaria / Non è di parlar bene, ma di saper tacere. (da L'Indiscret)
  • Alla fine di quasi tutti i capitoli di metafisica dobbiamo mettere le sue iniziali dei giudici romani quando non erano capaci di sbrogliare una causa. N.L., non liquet, non è chiaro. (dal Dizionario filosofico)
  • Ama la verità, ma perdona l'errore.
  • Amici miei, o gli astri sono grandi geometri, o sono stati disposti da un eterno geometra.
  • Bisogna aver rinunciato al buon senso per non convenire che non conosciamo nulla se non attraverso l'esperienza. (da Il filosofo ignorante - Rusconi, a cura di Michela Cosili)
  • Bisogna essere dei grandi ignoranti per rispondere a tutto quello che ci viene chiesto.
  • C'è chi in seconda fila brilla e in prima s'eclissa. (da La Henriade)
  • Chi ci ha dato il sentimento del giusto e dell'ingiusto? Dio, che ci ha dato un cervello e un cuore. (dal Dizionario filosofico)
  • Che cos'è la politica se non l'arte di mentire a proposito?
  • Chi dice il segreto degli altri è un traditore; chi dice il proprio è uno sciocco.
  • Chi sei? Da dove vieni? Che fai? Che diverrai? Sono domande che si devono porre a tutte le creature dell'universo, a cui però nessuna risponde. (da Il filosofo ignorante)
  • Coloro che riescono a farti credere delle assurdità, possono farti commettere delle atrocità.
  • Di tutte le religioni, quella Cristiana è senza dubbio quella che dovrebbe ispirare più tolleranza, sebbene fino ad ora i cristiani siano stati i più intolleranti tra gli uomini.
  • Di tutte le scienze la più assurda, la più capace di soffocare il genio, è la geometria. Questa scienza ridicola ha per oggetto superfici, linee, punti che non esistono in natura. La geometria è solo uno scherzo di cattivo gusto.
  • Dichiariamolo apertamente noi che non siamo preti e che non li temiamo: la culla della Chiesa nascente è circondata solo da imposture. È una sequela ininterrotta di libri assurdi sotto nomi supposti. (da L'affermazione del cristianesimo, ed. Procaccini, Napoli 1988, p.88)
  • Dio ci ha dato la vita, tocca a noi darci la bella vita.
  • Dio è un commediante che recita per un pubblico troppo spaventato per ridere.
  • È una delle superstizioni dello spirito umano aver immaginato che la verginità potesse essere una virtù. (da Le sottisier)
  • Ecrasez l'infame!
    • Schiacciate l'infame! (motto della sua campagna contro l'intolleranza religiosa)
  • Essere veramente liberi è potere. Quando posso fare ciò che voglio, ecco la libertà.
  • Gli uomini discutono, la natura agisce.
  • Gli uomini odiano coloro che chiamano avari solo perché non ne possono cavare nulla. (dal Dizionario filosofico)
  • Gli uomini sono eguali; non la nascita, ma la virtù fa la differenza.
  • Ho interrogato la mia ragione; le ho domandato che cosa essa sia: questa domanda l'ha sempre confusa. (da Il filosofo ignorante)
  • Ho letto negli aneddoti della Storia d'Inghilterra ai tempi di Cromwell che una candelaia di Dublino vendeva ottime candele fatte col grasso degli Inglesi. Qualche tempo dopo uno dei suoi avventori si lamentò con lei del fatto che le sue candele non erano più così buone: Ahimè disse la donna è che gli Inglesi ci sono mancati in questo mese. Io mi domando chi fosse più colpevole, se quelli che sgozzavano gli Inglesi o questa donna che faceva candele col loro grasso. (dal Dizionario filosofico)
  • I libri più utili sono quelli dove i lettori fanno essi stessi metà del lavoro: penetrano i pensieri che vengono presentati loro in germe, correggono ciò che appare loro difettoso, rafforzano con le proprie riflessioni ciò che appare loro debole.
  • I mulatti sono semplicemente una razza bastarda. (da Gianni Scipione Rossi. Razzismo. Il buio della ragione nel secolo dei lumi [1])
  • I negri e le negre, trasportati nei paesi più freddi, continuano a produrvi animali della stessa specie. (da Gianni Scipione Rossi. Razzismo. Il buio della ragione nel secolo dei lumi [2])
  • I pazzi ammiran tutto, in un autore stimato; io non leggo che per me, e non ho piacere se non a quel che mi aggrada. (dal Candido, cap. XXIV - nobile veneziano Pococurante)
  • I soldati si mettono in ginocchio quando sparano, forse per chiedere perdono dell'assassinio. (da Le sottisier)
  • Il dubbio non è piacevole, ma la certezza è ridicola. Solo gli imbecilli sono sicuri di ciò che dicono.
  • Il fanatismo sta alla superstizione come il delirio alla febbre. (dal Dizionario filosofico)
  • Il filosofo che ha detto: deus est anima brutorum aveva ragione; ma doveva andare oltre. (dal Dizionario filosofico)
  • Il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno.
  • Il più grande dei crimini, almeno il più distruttivo e di conseguenza il più contrario al fine della natura, è la guerra; ma non vi è alcun aggressore che non colori questo misfatto con il pretesto della giustizia. (da Il filosofo ignorante)
  • Il popolo deve essere guidato e non istruito.
  • Il riposo è una buona cosa, ma la noia è sua sorella.
  • Il segreto per annoiare sta nel dire tutto. (da Discorso in versi sull'uomo)
  • Il senso comune non è così comune.
  • Il sentimento di giustizia è così universalmente connaturato all'umanità da sembrare indipendente da ogni legge, partito o religione.
  • Il successo è sempre stato figlio dell'audacia.
  • Il superfluo, cosa quanto mai necessaria.
  • La bellezza è gradita agli occhi, ma la dolcezza affascina l'animo.
  • La carestia, la peste e la guerra sono i tre ingredienti più famosi di questo mondo. (dal Dizionario filosofico)
  • La gente cerca la felicità come un ubriaco cerca casa sua: non riesce a trovarla ma sa che esiste.
  • La pace è preferibile alla verità.
  • La più coraggiosa decisione che prendi ogni giorno è di essere di buon umore.
  • [Sull'Amleto di William Shakespeare] La si direbbe l'opera di un selvaggio ubriaco. (1768)
  • La superstizione mette il mondo intero in fiamme, la filosofia le spegne.
  • L'amore è di tutte le passioni la più forte perché attacca contemporaneamente la testa, il cuore e il corpo.
  • L'amore è un canovaccio fornito dalla natura e ricamato dall'immaginazione.
  • L'amore non è cieco. Cieco è l'amor proprio.
  • L'anarchia è l'abuso della repubblica, come il dispotismo è l'abuso del potere monarchico.
  • L'arte della medicina consiste nel divertire il paziente mentre la natura cura la malattia.
  • Le parole sono per i pensieri quel che è l'oro per i diamanti: necessario per metterli in opera, ma ce ne vuol poco. (da Le sottisier)
  • Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle.
  • Le verità della religione non sono mai capite così bene come da quelli che hanno perso la capacità di ragionare.
  • L'orgoglio dei piccoli consiste nel parlare sempre di sé, quello dei grandi nel non parlarne mai. (dal Dizionario filosofico)
  • L'uomo è nato per l'azione, come il fuoco tende verso l'alto e la pietra verso il basso. Non essere occupato e non esistere è per l'uomo la stessa cosa.
  • Noi siamo tutti impastati di debolezze e di errori: perdonarci reciprocamente le nostre balordaggini è la prima legge di natura.
  • Non che il suicidio sia sempre follia. Ma in genere non è in un accesso di ragione che ci si ammazza. (da Lettera a Mariott)
  • Non è il momento di farsi nuovi nemici. (Nel letto di morte, all'esortazione di un prete a rinunciare al diavolo e tornare a Dio)
  • Non esistono né estreme delizie né estremi tormenti che possano durare tutta la vita: il sommo bene e il sommo male sono chimere. (dal Dizionario filosofico)
  • Non parlerei tanto di me se ci fosse qualcun altro che conoscessi egualmente bene.
  • Non si è perduto niente quando ci resta l'onore.
  • Ogni volta che un evento importante, una rivoluzione o una calamità volge a profitto della chiesa, è sempre identificata con la Mano di Dio.
  • Ogni uomo è colpevole di tutto il bene che non ha fatto.
  • Oh, migliore dei mondi possibili, dove sei adesso? (dal Candido)
  • Per ciò che concerne i princìpi primi, siamo tutti nella stessa ignoranza in cui eravamo nella culla. (da Il filosofo ignorante)
  • Per la maggior parte delle persone correggersi vuol dire cambiare i propri difetti.
  • Qual è l'età in cui conosciamo il giusto e l'ingiusto? L'età in cui sappiamo che due più due fa quattro. (da Il filosofo ignorante)
  • Quando colui che ascolta non capisce colui che parla e colui che parla non sa cosa stia dicendo: questa è filosofia.
  • Quando la gente comincia a ragionare, tutto è perduto.
  • Quando la verità è evidente, è impossibile che sorgano partiti e fazioni. Mai s'è disputato se a mezzogiorno sia giorno o notte. (dal Dizionario filosofico)
  • Quando occorre, sono serissimo; ma vorrei non essere noioso. (da La pulzella d'Orléans)
  • Se abbiamo bisogno di leggende, che queste leggende abbiano almeno l'emblema della verità! Mi piacciono le favole dei filosofi, rido di quelle dei bambini, odio quelle degli impostori.
  • Tu mi domandi infine, carissimo, in che cosa consista la virtù? Consiste nel far del bene. Operiamo bene, e tanto basta; e non staremo a guardare troppo al motivo.
  • Tutti i giorni, nei paesi cattolici, si vedono preti e monaci che, uscendo da un letto incestuoso, senza neppur essersi lavate le mani sozze di impurità, vanno a produrre iddii a centinaia; a mangiare e bere il loro dio, a cacarlo e a pisciarlo. Ma quando poi riflettono che questa superstizione, cento volte più assurda e sacrilega di tutte quelle degli egiziani, ha reso a un prete italiano da quindici a venti milioni di rendita e il dominio di un paese di cento miglia di estensione in lungo e in largo, vorrebbero andare tutti, armi in pugno, a cacciare quel prete che si è impadronito del palazzo dei Cesari. (dal Dizionario filosofico)
  • Tutti i vizi di tutte le età e di tutti i paesi del globo riuniti assieme, non eguaglieranno mai i peccati che provoca una sola campagna di guerra.
  • Tutto è bene, tutto va bene, tutto va per il meglio possibile. (dal Candido)
  • Un ecclesiastico è uno che si sente chiamato a vivere a spese dei disgraziati che lavorano per vivere.
  • Un proverbio saggio non prova niente.
  • Viviamo in società. Per noi dunque niente è davvero buono se non è buono per la società.

Incipit del Candido

Originale

Il y avait en Westphalie, dans le château de M. le baron de Thunder-ten-tronckh, un jeune garçon à qui la nature avait donné les moeurs les plus douces. Sa physionomie annonçait son âme. Il avait le jugement assez droit, avec l'esprit le plus simple; c'est, je crois, pour cette raison qu'on le nommait Candide. Les anciens domestiques de la maison soupçonnaient qu'il était fils de la soeur de monsieur le baron et d'un bon et honnête gentilhomme du voisinage, que cette demoiselle ne voulut jamais épouser parce qu'il n'avait pu prouver que soixante et onze quartiers, et que le reste de son arbre généalogique avait été perdu par l'injure du temps.

I Traduzione

Era nella Vesfalia, nel castello del baron di Thunder-ten-tronckh, un giovinetto che aveva avuto dalla natura i più dolci costumi. Se gli leggeva il cuore nel volto. Univa egli a un giudizio molto assestato una gran semplicità di cuore, per la qual cosa, cred'io, chiamavanlo Candido. I vecchi servitori di casa avean de' sospetti ch'ei fosse figliuolo della sorella del signor barone, e d'un buon gentiluomo e da bene di quel contorno, che questa signora non volle mai indursi a sposare perchè non aveva egli potuto provare più di settantun quarti di nobiltà, il resto del suo albero genealogico essendo perito per l'ingiuria de' tempi.

[Voltaire - Candido ]

II Traduzione

Viveva in Westfalia, nel castello del barone di Thunder tentronckh, un ragazzo a cui la natura aveva fatto dono di un dolcissimo carattere. Il suo aspetto denunciava la sua anima. Univa un notevole giudizio allo spirito più semplice, e per questo, credo, era chiamato Candido. I vecchi domestici della casa sospettavano che fosse il figlio della sorella del barone e di un buono e onesto gentiluomo dei dintorni, che la signorina non aveva mai voluto sposare perché egli aveva potuto provare solo settantun quarti, mentre il resto del suo albero genealogico era andato perduto col tempo.

[Voltaire - Candido]

 


Scritto da: Eowynrohan alle ore 14:59 | link | commenti | categoria:
socrate

Socrate nacque nel 470/469 a.c. da Sofronisco, scultore, e Fenarete, levatrice. Dapprima esercitò forse il mestiere del padre, ma successivamente l'abbandonò per dedicarsi esclusivamente all'indagine filosofica. Non di rado dovette quindi ricorrere all'aiuto economico di amici. Sposò Santippe, che una certa tradizione tende a presentare come donna bisbetica e insopportabile: si è arrivati a pensare che Socrate stesse sempre in piazza non tanto per filosofare quanto piuttosto per stare lontano da Santippe e dalle sue ramanzine continue: pare che Socrate sia riuscito a far ragionare tutti tranne Santippe. Da lei ebbe tre figli. Socrate non lasciò mai Atene se non per brevi spedizioni militari: partecipò infatti nel 432 alla spedizione contro Potidea, traendo in salvo Alcibiade ferito, e nel 424 combattè a Delio a fianco di Lachete durante la ritirata degli Ateniesi di fronte ai Beoti. Successivamente nel 421 combattè ad Anfipoli. Nel 406 in conformità al principio della rotazione delle cariche, fece parte dei pritani, ossia del gruppo del Consiglio al quale spettava decidere quali problemi sottoporre all'Assemblea e si oppose alla proposta illegale di processare tutti insieme i generali vincitori nello scontro navale avvenuto al largo Arginuse, perché non avevano raccolto i naufraghi. Con questa presa di posizione egli si poneva in contrasto con i democratici, ma nel 404, passato il potere in mano all'oligarchia capeggiata dai Trenta, rifiutò di obbedire all'ordine di arrestare un loro avversario, Leone di Salamina. Nel 403 la democrazia restaurata, pur concedendo un'amnistia, continuò a ravvisare in Socrate una figura ostile al nuovo ordine, anche per i rapporti da lui intrattenuti in passato con figure come Alcibiade e Crizia. Nel 399 fu presentato da Meleto un atto di accusa contro Socrate, ma tra i suoi accusatori erano anche Licone e soprattutto Anito, uno dei personaggi più influenti della democrazia restaurata. L'atto di accusa è il seguente: "Socrate è colpevole di essersi rifiutato di riconoscere gli dei riconosciuti dalla città e di avere introdotto altre nuove divinità. Inoltre è colpevole di avere corrotto i giovani. Si richiede la pena di morte". Gli accusatori contavano probabilmente in un esilio volontario da parte di Socrate, com'era avvenuto in passato per Protagora o Anassagora, ma egli non abbandonò la città e si sottopose al processo. A maggioranza i giudici votarono per la condanna a morte la quale fu eseguita in carcere mediante la somministrazione di cicuta. Possiamo inserire Socrate nell'era sofistica (sebbene lui si schierò contro i sofisti) perché come i sofisti si interessò di problemi etici ed antropologici, mettendo da parte la ricerca del principio e della cosmogonia. Socrate non scrisse mai nulla e così per ricostruire il suo pensiero dobbiamo ricorrere ad altri autori. Le fonti principali sulla vita di Socrate sono quattro 1) Platone 2) Senofonte 3) Aristotele 4) Aristofane. 1) Platone è senz'altro la fonte più attendibile: egli fu discepolo diretto di Socrate e con lui condivise sempre l'idea della filosofia come ricerca continua. Senofonte è la fonte più banale e meno interessante: il Socrate degli scritti di Senofonte è un cittadino ligio alla tradizione, il vero interprete dei valori correnti, il saggio che mira al bene dei suoi concittadini ed è ossequioso verso la città e le sue divinità. Va subito precisato che Senofonte era un grande generale, coraggioso e valoroso, ma non era certo un'aquila: i suoi scritti stessi non sono certo esempi eclatanti della letteratura greca: sono ridondanti e ripetitivi. Senofonte fece anche campagne militari con Socrate e nei suoi scritti ne esalta il valore dicendo che non stava mai fermo, era sempre in azione, non soffriva niente (camminava addirittura a piedi nudi sul ghiaccio). A Senofonte della filosofia non gliene importava nulla e con Socrate, di cui era grande amico, non trattava mai argomenti filosofici, ma solo militari: questo ci consente di capire che Socrate modulava il discorso a seconda del personaggio che aveva di fronte: con un filosofo parlava di filosofia , con un generale di guerra. 3) La testimonianza di Aristotele è stata a lungo ritenuta la più attendibile perché Socrate non viene caricato di significati simbolici: Aristotele ce ne parla in modo oggettivo. Tuttavia la testimonianza aristotelica ha dei limiti: in primis, è la meno "artistica" delle 4 ed è l'unica di un non-contemporaneo. Va poi detto che in Aristotele Socrate ci viene presentato quasi come un "robot": la filosofia socratica viene presentata come un susseguirsi di ragionamenti e non viene dato spazio al filosofare in pubblico, al dialogo aperto senta un Socrate relativamente giovane (circa 40 anni). Va ricordato che Aristofane era un commediografo e ne risulta che l'immagine che lui ci dà di Socrate è fortemente impregnata di tratti sarcastici. Ne "Le nuvole" ce lo presenta come un sofista studioso della natura (il contrario di ciò che era in realtà), con la testa fra le nuvole. Insomma Aristofane è l'unico a darci di Socrate un'immagine fortemente negativa (non a caso Aristofane era stato uno dei primi accusatori di Socrate). In realtà non dobbiamo pensare che Aristofane volesse gettar discredito su Socrate o lo prendesse in giro per cattiveria: in fondo lui faceva solo il suo lavoro di commediografo, che consisteva nel far ridere. In realtà con la figura di Socrate vuole prendere in giro non Socrate, ma l'intera categoria dei filosofi. La testimonianza di Platone resta la migliore e le altre tre vanno sfruttate come appoggio. Platone lo conosceva davvero bene ed era lui stesso un gran filosofo: il grosso limite è che trattandosi di un filosofo, Platone avrebbe potuto rimaneggiare i discorsi di Socrate, ed è proprio quel che fa man mano che invecchia. "L'apologia", per fortuna, resta un dialogo giovanile nel quale Platone descrive il processo che decretò la condanna a morte di Socrate. E' proprio in questo dialogo che emerge fortemente la differenza tra Socrate ed i sofisti: i sofisti pronunciavano discorsi raffinati ed eleganti, ma totalmente privi di verità: per loro l'importante era parlar bene, avere un buon effetto sulle orecchie degli ascoltatori. Per Socrate invece quel che più conta è la verità: lui si proclama incapace di controbattere a discorsi così eleganti e ben formulati (ma falsi). Socrate, pur non tenendo un'orazione raffinata, dice il vero: la critica ai sofisti verrà poi ripresa da Platone stesso. I sofisti puntavano a stupire l'ascoltatore, dal momento che erano convinti che la verità non esistesse (soprattutto Gorgia. Socrate per difendersi in tribunale non pronuncia un discorso (come i sofisti), ma imposta un dialogo botta e risposta: è proprio dal discorso che viene a galla la verità (Platone dirà che il discorso tra due o più individui è come lo scontro tra due pietre dal quale nasce la fiamma della conoscenza). Lo stile oratorio di Socrate è scarno, secco e quasi familiare, modulato a seconda dell'interlocutore. Il punto di partenza del discorso socratico è la cosiddetta "ironia socratica", ossia la totale autodiminuzione, "io non so, tu sai". Così inizia anche "L'apologia": si pone la domanda "che cosa è x ?" e l'interlocutore cade nel tranello e risponde, sentendosi superiore a Socrate. Socrate, come abbiamo detto parlando di Senofonte, parla di argomenti noti all'interlocutore: se ad esempio parla con un generale gli chiederà "che cosa è il coraggio?". Quello risponderà, per esempio, dicendo che il coraggio è il non indietreggiare mai. Allora Socrate interverrà dicendo che quello non è coraggio, bensì pazzia. La critica diventa stimolo per l'interlocutore a fornire una seconda risposta meglio articolata: il gioco può andare avanti a lungo e spesso rimane aperto. Questo metodo viene detto "maieutico": Socrate diceva di fare lo stesso lavoro della madre, la quale era ostetrica: lei faceva partorire le donne, lui le anime. Come le ostetriche valutano se il neonato è "buono", così Socrate valuta se le idee, le definizioni sono buone. Non tutti gli interlocutori erano intelligenti e riconoscevano i propri errori: spesso preferivano evitare Socrate. Da un interlocutore Socrate fu anche denominato "torpedine" in quanto l'incontro con Socrate risulta scioccante perché ribalta le concezioni di chi era convinto di sapere e dimostrava che in realtà non sapeva. Socrate stesso si paragonava ad un moscone che stimola il cavallo: lui stimolava gli uomini a ragionare. Socrate con il processo dell'autodiminuzione afferma di non sapere nulla, mentre sostiene che i sofisti sappiano tutto: dice che forse l'educazione che impartisce lui è inutile rispetto a quella sofistica, ma senz'altro è più importante. Le calunnie nei confronti di Socrate hanno avuto inizio quando lui si definiva sapiente in quanto l'oracolo di Delfi gli aveva detto che era il più sapiente tra gli uomini. Lui era rimasto sconvolto da tale affermazione e non riusciva a crederci: allora cominciò a girare per Atene per vedere se trovava persone effettivamente più sapienti di lui. Dunque si recò da coloro che si ritenevano sapienti: politici, poeti, artigiani. Socrate si accorse che tutte e tre le categorie erano convinte di sapere, ma in realtà non sapevano niente: i politici erano i peggiori di tutti non in quanto politici (Socrate stesso, se vogliamo, era un politico perché svolgeva la sua attività in pubblico) ma in quanto non capaci di insegnare il loro sapere: un vero sapiente deve spiegare ciò che sa: anche i politici migliori (Pericle) non sanno trasmettere il loro sapere. Lo stesso era per i poeti, che a partire da Omero erano considerati sapienti ed educatori: Socrate li biasima sia perché dicono assurdità, sia perché il loro non è un sapere, ma una forma di "follia ispirata": era la divinità che parlava per bocca loro. I meno peggio risultarono essere gli artigiani, che almeno sapevano fare diverse cose di utilità pubblica: la loro è una "tecnè", ossia una sapienza pratica. Però anche gli artigiani avevano i loro difetti: erano sì competenti nel loro settore, ma peccavano di presunzione perché erano convinti che la loro conoscenza fosse universale ed illimitata, anziché limitata. Inoltre essi agivano senza pensare e ponderare. Socrate arrivò alla conclusione che l'oracolo di Delfi aveva ragione: lui stesso è il più sapiente, pur sapendo di non sapere. Il suo non va interpretato come atteggiamento di rinuncia alla ricerca della verità, ma come segno di modestia intellettuale: è proprio il fatto di essere consapevoli della propria conoscenza che spinge l'uomo a sforzarsi di raggiungere la conoscenza; se si è convinti di sapere già tutto non ci si sforzerà di migliorare. Tra le varie accuse che vengono mosse a Socrate c'è anche quella di corrompere i giovani nella piazza rendendoli peggiori: lui ribatte a questa accusa dicendo che non avrebbe motivo di fare ciò. Infatti se corrompesse i giovani finirebbe per vivere in una città di giovani corrotti, il che si ritorcerebbe contro lui stesso. Va senz'altro ricordato il cosiddetto "intellettualismo etico" di Socrate: secondo lui nessuno può compiere il male sapendo effettivamente di compierlo: nessuno potrebbe mai fare del male volontariamente. Un rapinatore rapina non pensando di fare del male, ma di fare del bene: è un errore intellettuale ritenere bene ciò che è male. E' un atteggiamento tipicamente cristiano-cattolico che si possa scegliere tra bene e male indistintamente. Dunque Socrate introducendo l'intellettualismo etico dimostra di aver agito per il bene della sua città. E' Socrate che ha scoperto il concetto moderno di anima (yuch): in precedenza significava "soffio vitale", ciò che fa vivere le cose; il termine yuch assunse poi il significato di "immagine nell'Ade", un'esistenza depotenziata. Per gli Orfici significava "demone". A partire da Socrate fino al giorno d'oggi l'anima è diventata il nostro io: ci identifichiamo con l'anima. Secondo Socrate possiamo dividere i beni ed i mali in tre categorie a) dell'anima b) del corpo c) dell'esterno. Il corpo è lo strumento nonché la prigione dell'anima. Il denaro, per esempio, è un bene esterno. In alcuni frangenti sembra che Socrate (e anche Platone) rifiuti i beni materiali e del corpo, scegliendo quelli dell'anima; in altre occasioni pare che possano essere accettati entrambe. Socrate, per esempio, pare che non disprezzasse il vino. Quest'ambiguità tra beni del corpo e beni dell'anima può essere spiegata affermando che i beni son tutti beni finché non entrano in conflitto con altri: la ricerca del piacere fisico diventa un male quando la si antepone alla ricerca di quello intellettuale. Questo non vale solo per i beni, ma anche per il rapporto tra anima e corpo: il corpo per Socrate e Platone non va disprezzato, anzi va apprezzato perché serve all'anima. Per il Cristianesimo la ricchezza è un male, per Socrate e Platone è un bene finché non entra in conflitto con gli altri beni. Interessante è il concetto socratico di ingiustizia: essa non danneggia chi la subisce, ma chi la commette. La giustizia infatti dà un senso di piacere interiore e chi è ingiusto perde questo piacere, mentre chi subisce l'ingiustizia continua a provarlo. Questo vale anche per Platone. Tra le cose che Socrate dice di non sapere vi è la conoscenza dell'aldilà, di cosa c'è dopo la morte (Platone dirà di essere in grado di dimostrare l'esistenza di un aldilà). Per lui non è che se si vive una vita giusta si sarà premiati: si è già appagati dal vivere giustamente, la felicità che si prova perché si è giusti è già una sorta di premio: Socrate dice che magari potrebbe esserci una vita ultraterrena, ma lui non lo sa. Tra le varie accuse rivolte c'era anche quella di ateismo e di empietà: Socrate infatti credeva nei demoni, che lui proclamava "figli delle divinità". Lui dimostra che è un'accusa sbagliata dicendo che se crede nei demoni che sono figli delle divinità, è ovvio che creda anche nelle divinità: perché ci sia il figlio (demone), ci devono anche essere il padre e la madre (le altre divinità). Ma che cosa era questo demone? Abbiamo due testimonianze divergenti: per Platone era una sorta di angelo custode - coscienza personale che interveniva ogni qual volta Socrate stesse per sbagliare: si tratterebbe di una sorta di "aiuto privilegiato" che non tutti hanno: solo le persone per bene. E' un dono divino per i buoni. E' come se la divinità partecipasse alla vita umana. Per Senofonte invece il demone è un'entità che lo spinge ad agire in determinati modi: Senofonte intende ancorare fortemente Socrate alla credenza in un ordine divino e in un intervento divino nella vita umana. Per Socrate l'importante non è vivere, ma vivere bene: quando la nostra anima è sana, giusta, allora anche noi stiamo bene. Sempre Senofonte nei "Detti memorabili" riassume la prova dell'esistenza di Dio formulata da Socrate in questi termini: ciò che non è opera del caso postula una causa intelligente, con particolare riguardo al corpo umano che ha una struttura organizzata non casuale. Per questa sua origine l'uomo è ritenuto superiore a tutti gli altri animali ed è oggetto dell'interesse di Dio, come si deduce anche dalla possibilità di conoscere i suoi progetti sull'uomo ricorrendo all'arte della divinazione. Va notato che il Dio socratico (inteso come intelligenza finalizzatrice) è una sorta di elevazione a entità assoluta della psychè umana. Molti hanno notato che gli accusatori non volevano in realtà condannarlo a morte, ma semplicemente zittirlo. Ma Socrate non può accettare di essere zittito: il suo destino è andare in giro a colloquiare con la gente. Vivere bene per Socrate significa svolgere quest'attività e non rifiutare di essere colpevole significava non far perdere significato alla sua vita. Dal momento che era già vecchio e gli restavano pochi anni di vita, tanto valeva farla finita lì, ma non rinunciare ai suoi ideali. Mentre la ricerca di Platone si spingerà in un'altra dimensione, quella di Socrate rimane saldamente ancorata al mondo terreno: la sua missione è far capire ai cittadini ciò che fanno. In Socrate vi è poi un rifiuto della politica (che peraltro troveremo anche in Platone): fa infatti notare che lui stesso aveva avuto parecchi problemi con la politica: prima contro di lui si erano scagliati gli oligarchici, ed ora i democratici (nell'accusa ai danni di Socrate si possono scorgere istanze politiche: lui era un aristocratico e i democratici volevano punirlo). Pur avendo problemi con la politica, Socrate non dice che vada abolita. Prima dell'esecuzione della pena capitale, a Socrate era stata presentata la possibilità di evadere dal carcere, ma lui si era rifiutato: in lui infatti vi era il massimo rispetto per la legge, che non si deve infrangere in nessun caso. La legge può essere criticata, ma non infranta: di fronte ad una legge ingiusta non bisogna infrangerla, ma bisogna battersi per farla cambiare. Socrate afferma che sarebbe stato suo dovere far cambiare la legge e che non essendoci riuscito è giusto che lui muoia. Gli Ateniesi son convinti di essersi liberati di Socrate avendolo eliminato fisicamente, ma in realtà per liberarsene completamente avrebbero dovuto "ucciderlo filosoficamente", batterlo a parole. In realtà volevano farlo tacere, ma han sortito l'effetto opposto: Platone infatti, che era intenzionato a dedicarsi alla vita politica, resterà sconvolto per condanna del maestro e si dedicherà alla filosofia. In Socrate vi è una vaga idea di provvidenza divina, ma non collettiva, bensì individuale: la divinità aiuta solo i migliori. Celeberrima è la conclusione dell' Apologia, in cui Socrate si rivolge ai suoi discepoli prima di essere giustiziato: "Ma ormai è ora di partire: io verso la morte, voi verso la vita. Chi di noi cammini a una meta superiore è oscuro a chiunque: non al mio dio." Nel "Simposio" di Platone Platone Alcibiade afferma che Socrate non assomiglia a nessuno degli uomini del passato e del presente: è una figura nuova. Non si interessa di politica, ma non la disprezza, non rifiuta i festini, ma non vi si identifica (nel "Simposio" tutti i convitati si addormentano, Socrate no). Soffermiamoci ora maggiormente sulla tecnica discorsiva di Socrate: la confutazione è la tecnica che dimostra l'inconsistenza del sapere dei propri interlocutori. Ma per arrivare a questo risultato bisogna partire dal metodo delle domande e delle risposte. "Che cosa è la giustizia?" può essere il punto di partenza per il dibattito: porre questa o qualsiasi altra domanda del genere significa richiedere la definizione delle cose in questione, che però deve essere valida per tutti i casi particolari. In questo senso la ricerca di Socrate è stata interpretata da Aristotele come ricerca dell'universale, nell'ambito dei concetti e dei problemi morali. Gli interlocutori di Socrate si dimostrano incapaci di rispondere correttamente alla domanda sia perché sottovalutano Socrate (che dice di essere inferiore) sia perché rispondono citando casi particolari, anziché la definizione universale. Abbiamo già citato il caso della domanda "Che cosa è il coraggio ?": rispondere" non indietreggiare mai "è sbagliato, così come dire" assalire il nemico": si può essere coraggiosi anche nell'affrontare una malattia o un'interrogazione: una definizione corretta deve coprire tutti i casi possibili. Nella sua funzione negativa il metodo delle domande e risposte si caratterizza come confutazione, ossia dimostrazione della falsità o contraddittorietà delle risposte date dall'interlocutore. Gli effetti prodotti dall'esercizio di questo metodo sono paragonati a quelli della torpedine marina, che intorpidisce coloro che tocca. Di fronte alla confutazione si può reagire rifiutandola, come fanno vari interlocutori di Socrate. Ma, se la si accetta, essa può liberare dalle false opinioni che si hanno sui vari argomenti e agire dunque come una forma di purificazione. La situazione, che risulta dalla confutazione, è detta aporia, ossia letteralmente situazione senza vie di uscita. Essa consiste nel rendersi conto che i tentativi sin qui percorsi di rispondere a un determinato problema, hanno condotto a un vicolo cieco. Ma in questa nuova situazione, liberi dal falso sapere e soprattutto dalla presunzione di sapere, ci si può accingere alla ricerca del vero sapere, tentando nuove strade che possano condurre ad esso. In questo nuovo orientamento il metodo delle domande e risposte può assolvere una funzione positiva. Essa è paragonata alla funzione svolta dalla maieutica, capace di far partorire ad ognuno, mediante domande opportunamente indirizzate, la verità, di cui ciascuno è gravido. Socrate si ostina incessantemente a far convergere i propri interlocutori nell'ammissione di un punto fondamentale: per saper agire bene, cioè virtuosamente, in un determinato ambito, occorre possedere il sapere che renda capaci di ciò. A questo risultato egli perviene mediante l'analogia con le tecniche: il buon artigiano che sa svolgere bene la propria attività possiede un sapere capace di guidarlo a questo risultato. La stessa cosa deve valere in ambito etico-politico: questo è il nocciolo della famosa tesi secondo cui la virtù è scienza. Questa tesi conduce ad alcune conseguenze. In primo luogo, chi conosce che cosa è bene e quindi anche che cosa è buono per lui non può non farlo. Il bene è dotato di un potere incontrastabile di attrazione. Ciò non significa che Socrate disconosca l'importanza delle passioni e delle emozioni nella vita umana, ma soltanto che in ogni ambito della vita umana l'unico strumento capace di orientare verso il comportamento corretto è ravvisato nel sapere. La posizione etica di Socrate non va confusa con forme di rigorismo ascetico. Essa è invece definibile come una forma di eudemonismo, perché pone come obiettivo fondamentale il perseguimento della felicità (in Greco eudaimonia ). E' il sapere che è in grado di effettuare un corretto calcolo degli stessi piaceri, misurando le conseguenze piacevoli o dolorose che essi possono arrecare. Questo è il sapere, di cui Socrate dichiara di non essere in possesso, ma proprio per questo è il sapere che egli persegue. Non ha senso allora distinguere le varie virtù nettamente le une dalle altre: la virtù è una, come uno solo è il sapere in cui esse si compendiano: sapere che cosa è bene e che cosa è male.

Scritto da: Eowynrohan alle ore 14:59 | link | commenti | categoria:
filosofia e felicità

Epistola a Meneceo, 122-124 

 

1      Né il giovane indugi a filosofare né il vecchio di filosofare sia stanco. Non si è né troppo giovani né troppo vecchi per la salute dell’anima. Chi dice che non è ancora giunta l’età di filosofare, o che l’età è già passata, è simile a chi dice che per la felicità non è ancora giunta o è già passata l’età. Cosicché filosofare deve e il giovane e il vecchio: questi perché invecchiando sia giovane di beni per il grato ricordo del passato, quegli perché sia a un tempo giovane e maturo per l’impavidità nei confronti dell’avvenire. Meditare bisogna su ciò che procura la felicità, poiché invero se essa c’è abbiamo tutto, se essa non c’è facciamo tutto per possederla.

2      Le cose che ti ho sempre raccomandato mettile in pratica e meditale reputandole i princípi fondamentali necessari a una vita felice. Per prima cosa considera la divinità come un essere indistruttibile e beato, secondo quanto suggerisce la comune nozione del divino, e non attribuire ad essa niente che sia estraneo all’immortalità o discorde dalla beatitudine; riguardo ad essa pensa invece tutto ciò che è capace di preservare la felicità congiunta all’immortalità. Gli dèi esistono: evidente è infatti la loro conoscenza; non esistono piuttosto nella maniera in cui li considerano i piú, perché cosí come li reputano vengono a toglier loro ogni fondamento di esistenza. Empio poi non è colui che gli dèi del volgo rinnega, ma chi le opinioni del volgo applica agli dèi, poiché non sono prenozioni ma fallaci presunzioni i giudizi del volgo a proposito degli dèi.

Scritto da: Eowynrohan alle ore 14:57 | link | commenti | categoria:
la felicità

per ranmaz

qualcosa sulla felicità.....

l'opinione di natoli

Sono Salvatore Natoli, insegno Filosofia della Politica alla II Università di Milano. Nei miei scritti mi sono occupato di tematiche riguardanti le passioni e gli affetti: in particolare, un mio libro tratta della felicità - ovvero il tema di cui discuteremo oggi - e si intitola: La felicità. Saggio di teoria degli affetti. Prima di cominciare il dibattito possiamo vedere una scheda di presentazione.

Nel tessuto dei concetti che descrivono la vita umana, la felicità è tra i più mobili e difficili da catturare, ma è anche il più immediato e irrinunciabile. A che cosa possono aspirare gli esseri umani se non alla felicità? Gli individui desiderano stare bene, realizzare le loro aspirazioni e vivere la propria vita. Come possiamo vivere e sentirci attivi e padroni di noi stessi, se siamo nel dolore o nella desolazione? Ma alcune morali, come quella cristiana, hanno incoraggiato invece l'autorepressione o la coltivazione di alcuni sentimenti, come i sentimenti di mitezza e di compassione e una disposizione al sacrificio e alla rinuncia e la moderazione o la vera e propria soppressione di altri, come l'orgoglio o l'ambizione o disposizioni rivolte alla realizzazione della propria natura. Lo scopo di tutto questo dovrebbe essere la virtù o la santità. Ma c'è posto, all'interno di questa visione, per la felicità? E' pure vero che noi, esseri umani non vorremmo neppure essere obbligati alla felicità come accade negli incubi delle cosiddette società perfette. Come, invece accade nell'immaginifico scenario de Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley, dove è impossibile provare dolore o avere apprensione per il domani o nutrire desideri non realizzati, situazione distopica che può portare, addirittura, al paradosso di desiderare per sé il "diritto ad essere infelici". La felicità realizzata, compiuta e perfetta non è più felicità "vera". Assomiglia più a una beatitudine, a una condizione angelica, che è forse solo una idealizzazione, dove mettiamo a tacere le nostre aspirazioni e le nostre ansie più profonde, anziché dare loro una risposta. Esiste, nel meccanismo della felicità, la necessità del contrasto, del passaggio da una condizione dello spirito a un'altra. Ci appaga il confronto, la comparazione dei sentimenti. E' per questo che la felicità appare spesso, solo in momenti isolati. La sua condizione duratura, quella che appartiene alle abitudini acquisite e agli stili di vita, sembra sempre di una qualità inferiore rispetto alla luce cristallina con cui ci toccano i singoli attimi di felicità, in cui il turbinio della vita, in cui siamo immersi, diventa, per un momento, soltanto lo sfondo. E un oggetto particolare, un volto, un gesto o l'immagine stessa della nostra intera vita balza alla nostra attenzione, si differenzia da tutto il resto e ci riempie completamente

STUDENTE: Si può affermare, senza dubbio, che la felicità corrisponda al sentirsi felici. Ma questo "sentirsi felici" può derivare da ciò che ci circonda, dalle persone che ci amano e da cui ci sentiamo amati o è soltanto uno stare in pace con noi stessi?

NATOLI: Ebbene: io partirei, per la mia considerazione, dalla sua formula: "La felicità è uno stato corrispondente al sentirsi felici". Ma le motivazioni per cui ci si sente felici, per cui si è in questa condizione, normalmente, non si conoscono mai, direttamente, nel momento in cui ci si sente felici. Sulle condizioni di felicità, in genere, ci si interroga quando si sta uscendo dalla tensione estrema alla felicità. La caratteristica propria del sentirsi felici è la percezione o il sentimento della propria illimitata espansione. I motivi per cui si entra in questo stato sono molteplici. Ora quello che è importante constatare, in un qualsiasi discorso che verta sul tema della felicità, è questo: in genere, quando si è felici, non ci si interroga mai sul perché si è felici. La felicità la si vive immediatamente. E, quando si esce da questo stato, da questo sentirsi felici, vissuto come sentimento illimitato della propria espansione personale, quando sussiste una relativa interruzione di questo movimento, allora ci si può chiedere: perché sono stato felice? Perché adesso lo sono di meno? Ecco, allora, verificarsi una trasformazione nel nostro stato di felicità, che da esperienza vede tramutarsi in meta. Allora, a quel punto, ci si interroga sulle condizioni, nella speranza di potere ricostruire le più idonee per tornare in questa espansione che si è sperimentata.

STUDENTESSA: Secondo lo psicoanalista Aldo Carotenuto la felicità si vive soltanto quando si è in relazione con gli altri, mentre si prova infelicità quando si è soli. Ci fa l'esempio della persona anziana che è depressa perché non ha più rapporti con gli altri. Secondo Lei si può essere felici anche vivendo da soli? Come si potrebbe spiegare, altrimenti, il comportamento di chi sceglie la solitudine? Non si rischierebbe, così, di arrivare a credere che la solitudine non possa mai nascere da una libera scelta?

NATOLI: Bisognerebbe riflettere approfonditamente su questo aspetto, perché se la solitudine fosse dovuta alla separazione, da questo punto di vista non potrebbe che essere un qualcosa che genera sofferenza. Se c'è una cosa che, per eccellenza, separa, questa è il dolore. Nel dolore noi siamo separati dalla vita degli altri. Chi soffre non può fare quello che fanno gli altri. Invece la felicità ha, come propria caratteristica fondamentale, la effusività, ossia la caratteristica di portare colui la stia sperimentando a sentirsi in armonia con sé stesso e con gli altri, in una parola: con l'ambiente esterno. Infatti, in genere, le immagini di felicità sono quasi tutte legate al simbolo del locus amenus, ossia de la natura che accoglie. Noi sappiamo, tradizionalmente, quanto la natura sia feroce. La natura produce le malattie. Gli animali sono realmente belli, a vedersi, ma se uno va in una giungla rischia di essere divorato da quelli più feroci tra essi. E' una costante, invece., che nella felicità, in genere anche la natura venga vista non più come ostacolo, bensì come qualcosa che ci può venire incontro. Un sentimento caratteristico della felicità è quello della compenetrazione, della serenità. Stiamo parlando dell'atmosfera, per usare una parola tedesca, tipica della stimmung, termine con cui si intende la dimensione di armonia complessiva, che può catturare tutto e tutti. Da questo punto di vista, la solitudine non può, certamente, essere una ragione, o una causa, di felicità. Può esistere un tipo di solitudine, in cui non sussista separazione: ad esempio la solitudine dell'asceta non è una solitudine centrata sulla separazione dal mondo. L'asceta, infatti, non è colui che se ne va in ritiro per staccarsi dagli altri, bensì per trovare nella comunione con Dio anche il senso del proprio rapporto con gli altri. E quindi la dimensione della comunità, nella felicità, è senz'altro qualcosa in grado di farla crescere, che non può farla diminuire. Se c'è inimicizia, c'è sofferenza.

STUDENTESSA: L'Illuminismo ha affermato il diritto dell'uomo alla felicità e ha collegato questo diritto non solo alla libertà, all'uguaglianza e al benessere economico, ma anche all'istruzione. Questa concezione è ancora valida ai giorni nostri?

NATOLI. Direi che è presente un principio fondamentale in quanto lei ha appena detto, che ha a che fare con il tema generale della cosiddetta felicità pubblica. Se partissimo dall'idea che la felicità non sia altro che l'esito del libero sviluppo di sé stessi, della libera possibilità di svilupparsi, di crescere e quindi dal concetto di libertà visto e pensato in questo modo, ossia come riduzione del vincolo (la felicità come sentimento della propria illimitata espansione) allora è chiaro che, se nella società esistono dei nodi di miseria, di sofferenza, di riduzione dei sensi, di incultura, questi fattori di sviluppo, portando all'emarginazione culturale, possono portare all'infelicità. Perché la cultura va pensata e attuata anche nei termini delle proprie capacità di sviluppo della sensibilità, come nel percepire i suoni musicali, o nel leggere un libro. C'è una bellissima pagina di Giacomo Leopardi dove il poeta recanatese definisce la felicità come quello stato in cui può stare in compagnia dei suoi libri, o nel puro ascolto dei suoni, nella lettura. Perché si possa crescere in questa dimensione, è necessaria una struttura sociale che possa liberare il soggetto riducendo i vincoli naturali, permettendo questo decollo, questa ascesa. Per tutto questo la felicità pubblica è un ingrediente di base. E', soprattutto dopo l'Illuminismo, quasi una necessità da raggiungere perché gli uomini possano trovare le proprie vie di realizzazione.

STUDENTESSA: Potremmo vedere la felicità quasi come un abbraccio, un sentimento accogliente nel quale siamo, contemporaneamente, accolti e accoglienti, abbracciati e abbraccianti. Da ciò ne potremmo derivare che la felicità oltre ad essere un moto di espansione sia anche un moto di inclusione?

NATOLI: Sì. Quando io dico "sentimento della propria illimitata espansione", intendo riferirmi non ad un incontro di un ostacolo nell'alterità, bensì ad una vera e propria partnership. Perché, se per espansione si intende l'espansione del che divora tutto ciò che è circostante, allora, in quel caso, noi non troveremmo la felicità, rischieremmo di trovare il deserto causato dalla nostra voracità. Negli esiti della voracità non può esserci felicità. Si ha, come nel caso della lupa dantesca, "più fame che pria". Ecco perché lo sviluppo incondizionato del desiderio lascia sempre affamati. l'espansione della felicità va intesa tenendo presente che ciò verso cui mi muovo mi viene, nel contempo, incontro. Questa è la reale dimensione della fusione; Ecco perché la felicità si sviluppa fondamentalmente (si pensi alla figura dell'abbraccio) nella accoglienza dell'altro, non nel divorare l'altro, e quindi nel crescere insieme. Se non sussistesse questa dimensione di crescita condivisa, allora, da questo punto di vista, si arriverebbe costantemente alla delusione. Per cui bisogna intendere l'espandersi della felicità in questa forma di comandamento: non mangiare ciò che ti circonda, ma entra in sintonia con ciò che vi è presente. Da questo punto di vista esiste una dimensione perfettamente circolare in questo moto di espansione, che non può portare, invece, all'autodistruzione. E' come se nella felicità esistesse una vera e propria ecologia, ecco, perché il delirio di onnipotenza della voracità emotiva è una delle ragioni per cui l'uomo si sente massimamente infelice e insoddisfatto. Nella relazione d'amore questo aspetto è, per esempio, qualcosa di emblematico. Nell'amore è l'incontro con l'altro che rende felici, non l'uso dell'altro, perché l'uso dell'altro è seguito, il più delle volte dal gettare via l'altro il che, alla fine, lascia inevitabilmente e sempre in una condizione di miseria reciproca. Si può sviluppare su questo aspetto un tema importante, capace di mostrare quanto fondamentale nella ricerca della felicità sia il donare. Soltanto chi è realmente ricco dona. In questa ottica la ricchezza consiste nella volontà di dono, non in quello che si ha. Normalmente il "ricco" (ovvero colui che è materialmente ricco) che tenda ad acquisire, resta povero. Il povero che è capace di donare diviene ricco. Nell'amore ci si dà per intero e allora si è felici.

STUDENTESSA: Secondo Lei quale differenza è possibile stabilire tra gioia e felicità?

NATOLI: Direi che la gioia sia un modo della felicità, perché se assumessimo come pura esperienza della felicità, come suo termine di determinazione il sentimento della propria espansione, allora potremmo vedere come e quanto i modi dell'espandersi o i modi del sentirsi felici siano così diversi tra loro. Nelle manifestazioni della felicità esiste un prisma fatto di modi diversi per sentirsi felici. Una delle ragioni per cui gli uomini, molte volte, vivono infelici è quella per cui si arriva a ritenere che si può essere felici in un solo modo o che solo una certa cosa possa dare la felicità. Chi ragiona così normalmente finisce per disperarsi, perché si fissa su di una sola modalità della felicità finendo per escludere dal proprio orizzonte esistenziale quell'elemento di improvvisa ricchezza che è la felicità stessa. Sant'Agostino diceva che si è attratti dalla felicità, se si è trascinati dalla felicità. Non siamo noi che raggiungiamo la felicità, ma la felicità ci prende come se fosse un vortice. La celebre formula che Agostino usò per esprimere questo punto di vista era: raptim quasi per transitum, ossia: la felicità ci prende "improvvisamente" e "quasi di passaggio", ci trascina con sé. Ritenere allora che la felicità possa essere offerta solo da certe cose può trasformarsi in un'ossessione e mettere l'uomo nella condizione di escludere dalla propria vita tante altre occasioni che possono produrre la felicità. Detto questo va subito sottolineato quanti modi diversi di essere felice esistano: la gioia è il sentimento della propria felicità che esprime il proprio "sentirsi splendenti". Il significato della parola "gioia" è questo: la dimensione del godimento della propria bellezza. Ecco, allora noi, molte volte, abbiamo la percezione della nostra felicità nel godimento della nostra bellezza, che non è soltanto una bellezza fisica. Può anche essere la bellezza delle nostre idee. Difatti la caratteristica peculiare della gioia non è il sentimento della bellezza esteriore quanto piuttosto il sentimento della irruzione improvvisa della felicità con tutta la sua bellezza. L'incontro con un amico, una visita inattesa. Allora il gioire sta tutto nel sentirsi scossi dentro da un evento che ci prende e che non immaginavamo.

STUDENTESSA. Io penso che la serenità, la gioia, sia il prolungamento meno intenso della felicità, perché la felicità è un attimo che ti esaspera, mentre la gioia è uno stato d'animo che può essere più prolungato della felicità.

NATOLI: Mettiamola così: la felicità, abbiamo appena detto, non è altro che il sentimento dell'espansione. Per cui i modi dell'espandersi possono essere, per esempio, quello della gioia, l'evento improvviso e inatteso in cui tu ti senti espandere, come la visita di un amico. Nel Vangelo secondo Luca, per esempio, troviamo un'immagine bellissima della felicità, in cui la Vergine Maria va a visitare la cugina Elisabetta, la quale, come Maria, è incinta. Accade allora che, alla vista di Maria da parte della cugina, il bimbo nel grembo di Elisabetta cominci a sussultare. Si pensi al moto della gioia come a questo "sobbalzare"! Mentre la serenità, per esempio, è il modo più consueto della felicità, che corrisponde all'essere in perfetta sintonia con l'ambiente circostante. Questi sono tutti modi attraverso cui ci si sente felici. Un esempio di felicità come trasporto, per esempio, di un attimo, è rappresentato, per esempio, dal Bacio di Gustav Klimt. Pensate agli amanti presi dal vortice, dal trasporto del bacio. Quell'immagine è tutta da studiare, perché mostra una doppia faccia della felicità: la felicità nell'attimo di sentirsi felici e l'attimo seguente che, immediatamente, svanisce. Nell'attimo in cui ci si sente felici non si ha una percezione diretta dell'attimo, bensì l'abolizione del tempo stesso. E' questa la caratteristica tipica dell'attimo. Noi diciamo che: "la felicità è breve", solo se la guardiamo nel momento stesso in cui siamo caduti dall'attimo. Ma nell'attimo, nel momento in cui l'uomo si sente felice, esso prova felicità proprio perché il tempo svanisce. Non a caso Rilke parla di attimo immenso, ovvero attimo che si dilata quasi come il tempo diventasse spazio. La letteratura ha descritto molto bene tutto questo, e anche la musica. Pensiamo alla lunga notte d'amore del Tristano e Isotta, in cui i due amanti desiderano che non torni più la luce del giorno. Nell'esperienza culminante nella felicità, si è soliti dire che si " può toccare il cielo con un dito" perché cade il tempo. E allora la caratteristica della felicità è di farci sentire infiniti, perché il tempo stesso è come sospeso. Il tempo che cos'è? Quando noi siamo presi nel vortice della felicità, noi dimentichiamo il tempo. E' questa la dimensione di incanto descritta dal Bacio di Klimt, il guardarsi negli occhi degli innamorati, che dura un'eternità. Ma poi si cade da tutto questo. Goethe creò una bellissima immagine quando scrisse "all'acme non si regge, all'acme non si regge. O si cade nell'indifferenza o nella morte". Normalmente perché nel melodramma, per fare un altro esempio, gli amanti muoiono? Gli amanti muoiono perché deve vivere l'amore. E per permettere all'amore di vivere gli amanti devono morire, perché gli esseri umani non sono mai all'altezza dell'eternità che i loro stessi sentimenti sono in grado di raggiungere. Ecco allora, a questo punto, l'altra dimensione dell'attimo: quando si esce dall'acme, si rientra nella normalità della vita e allora ci si accorge che quel vertice a cui si era arrivati può durare soltanto un momento. E allora qual è l'atteggiamento tipico dell'uomo? L'atteggiamento dell'uomo è di ricercare nuovamente quell'acme. Ecco perché io sostengo che la felicità è realmente di questo mondo e che l'uomo è infelice soltanto perché è stato infelice. Perché se noi non avessimo avuto l'esperienza della pienezza della gioia, non potremmo avere neanche quella della perdita della felicità. E allora, a partire da questa constatazione, siamo in grado di rilanciarci in questa impresa. E' così che si cerca il modo di ricostruire la felicità. Qui il problema assume un connotato importante: come ricostruire la felicità? L'attimo, sicuramente, gli uomini sono in grado di raggiungerlo. Ma a questo punto io domando a Voi: l'attimo raggiunto può essere anche preteso? Se l'attimo raggiunto è preteso, diviene presunzione. L'attimo viene, piuttosto, come grazia. E allora quali sono i modi attraverso cui si può restaurare nell'uomo una condizione di felicità? Ecco: questa è l'altra domanda da porsi: quando noi usciamo dall'acme, la felicità è finita o la dobbiamo pensare in un altro modo, per raggiungerla nuovamente? Questo è il problema!

STUDENTE: Lo scorso anno abbiamo studiato, verso la fine del corso, Jean Jacques Rousseau e abbiamo visto come, al contrario di molti Illuministi, il pensatore ginevrino affermasse il progresso della scienza, del Sapere scientifico, non potesse procedere di pari passo con il progresso morale dell'umanità. Da ciò possiamo trarre la conclusione che la felicità non può derivare dal progresso esteriore, quanto, piuttosto da quello interiore dell'uomo.

NATOLI: Direi che in buona sostanza si possa sostenere questo. Per quanto riguarda il primo aspetto avevo già detto che se non si lavora sulle condizioni per il miglioramento dell'uomo, per la liberazione dai suoi vincoli esterni, allora è chiaro che questa libertà, questo movimento bisognoso di crescita, non può essere possibile. Ma questo, di per sé, non basta, perché si potrebbe immaginare che la felicità consista nell'idea che noi si possa disporre in modo incondizionato del mondo, ossia fabbricarci la felicità in modo strumentale, mentre già abbiamo visto che una delle caratteristiche fondamentali della felicità non è soltanto il creare, il produrre le condizioni per il suo ottenimento ma soprattutto il saper accogliere, il saper accettare. E allora, da questo punto di vista, la felicità non può essere più un qualcosa che un uomo si prodursi strumentalmente, ma sarà , di contro, sempre un qualcosa raggiungibile entrando in sintonia con gli altri. Se c'è un autore che si è fatto portabandiera del ritorno alla sintonia con la Natura, con l'innocenza del mondo naturale questi è proprio J. J. Rousseau. Molte volte, noi dimentichiamo che la felicità non stia soltanto nelle grandi cose, nella vertigine della grandezza. La felicità irrompe qua e là, costantemente, nella vita. Per capire questo possiamo vedere un contributo che è stato appositamente preparato.

Veniamo al dunque. Noi e Gdala non siamo venuti al mondo per scrutarlo a fondo. Eh, no davvero! Noi non siamo preparati, attrezzati, per questo tipo di indagini! No! La cosa migliore è quella di mandare all'inferno i grandi contesti. La morte colpisce all'improvviso. E all'improvviso si spalanca l'abisso, all'improvviso infuria la tempesta e la catastrofe ci sovrasta. Noi tutto questo lo sappiamo, ma ci rifiutiamo di pensare a queste cose sgradevoli. Noi e Gdala amiamo i nostri trucchi e stratagemmi. Togliete a un uomo i suoi marchingegni e vedrete che perderà la testa e menerà colpi in aria. La gente deve essere aperta - che diavolo! -, comprensibile. Il mondo è una tana di ladroni e la notte sta per calare. Il male strappa le catene e vaga nel mondo come un cane impazzito e tutti ne siamo contaminati. Noi e Gdala come qualsiasi altra persona. Nessuno vi sfugge, nemmeno lei, Elena Victoria o la piccola Aurora. La vita è fatta così. E' questo il motivo per il quale dobbiamo essere felici, quando siamo felici ed essere gentili, generosi, teneri, buoni, proprio per questo motivo è necessario e tutt'altro che vergognoso essere felici, gioire di questo piccolo mondo, della buona cucina, dei dolci sorrisi, degli alberi da frutta che sono in fiore o anche di un valzer.

STUDENTE: Tutti i moralismi e i divieti che riguardano la sfera sentimentale possono essere visti come uno strumento che il potere, espresso da qualsiasi forma di autorità, può usare per ribadire la propria presenza e porsi come unico punto di riferimento? In altre parole: vi è tutta questa potenzialità eversiva nella felicità?

NATOLI: Certamente la felicità possiede una propria componente eversiva. In quanto espansione, può spezzare il vincolo. Il problema è questo: i vincoli come tali sono ragioni di infelicità? Direi che, impostata così l'argomentazione, la caratteristica dell'essere felici sia data fondamentalmente da una competenza del proprio desiderio e del proprio sentimento. Allora noi sulle ali del nostro desiderio, della spinta del nostro desiderio possiamo arrivare a sentirci onnipotenti. Ma noi non siamo onnipotenti, perché la nostra quantità di forza, la nostra quantità di potenza è limitata. Tutto ciò che esiste, esiste perché ha una quantità di forza, ma non è tutta la forza esistente. L'espansione ci dà un'idea della nostra onnipotenza. E allora molte volte seguendo questa prospettiva noi ci dissipiamo. Allora il vincolo può essere interpretato nel senso buono, cioè come l'auto-organizzazione della propria, della propria potenza. Allora, se il vincolo è esterno esso è pure coattivo. Ma non ogni vincolo è coattivo. L'atleta, per arrivare alle prestazioni che raggiunge, si vincola. Se non si vincolasse, la sua potenza sarebbe sprecata. Il rammollito senza vincoli ginnici diventa debole, l'atleta che si vincola diventa forte. Allora il vincolo bisogna interpretarlo anche come una strategia di felicità. Quindi non ogni vincolo è negativo, anche se la felicità è come un qualcosa che domanda ai vincoli: "Che legittimità vi arrogate di vincolare?". E quindi da un lato il spezza, dall'altro bisogna modulare sé stessi perché il desiderio cresca in modo ordinato.

STUDENTE: Buonasera. Il pensiero filosofico ha elaborato il concetto di felicità pubblica. Quindi il comunismo può essere giudicato come movimento politico-sociale, rivolto alla felicità comune?

NATOLI: Nella storia della filosofia, e nella storia della cultura è sempre esistita questa utopia della felicità. E', questa, una situazione in cui si immagina di riuscire ad eliminare dal mondo un tipo di dolore, ossia il dolore inflitto, cioè il dolore che gli uomini si infliggono gli uni agli altri. Le rivoluzioni, sostanzialmente, hanno cercato attraverso un modello regolativo di giustizia di togliere dal mondo un certo tipo di dolore. Il dolore che gli uomini si producono, facendosi reciprocamente torto. Esiste, però, un tipo di dolore, nella vita, che, pur ammettendo di riuscire ad arrivare ad una situazione come quella concepita ed auspicata dalle utopie politiche, non si potrà mai eliminare; ed è il dolore naturale, la morte. Allora mi potrei porre questa domanda: rispetto a questo tipo di dolore, la felicità è negata per sempre o no? Vale la pena citare un pensiero importante di Nietzsche: "Non bisogna interpretare la felicità soltanto come soddisfazione". La soddisfazione è un'idea sonnolenta della felicità è come un riempirsi la pancia; la felicità bisogna interpretarla come ascesa. Allora la capacità di vincere il proprio dolore, diviene un modo di crescere. Da questo punto di vista lo stesso dolore può diventare un ingrediente della felicità. "L'uomo è felice - dice Nietzsche - non quando è sazio, ma quando è capace di vittoria". Allora nel vincere sé stessi, nel rafforzarsi attraverso la sofferenza, si ha un'idea più alta e più forte di felicità. Allora capite bene come, a questo punto, la nostra nozione di felicità stia cambiando. Non è più quella dell'attimo. Titolare vera della felicità è la vita intera.

STUDENTE: Prima Lei ha affermato che la felicità è di questo mondo. Però negli studi che stiamo conducendo, quest'anno abbiamo visto come in Kant l'unione tra la virtù e la felicità sia possibile unicamente nel raggiungimento del Sommo Bene. Quindi Le vorrei chiedere: possiamo affermare veramente che la felicità è possibile in questa terra oppure dobbiamo ricercarla dopo la morte?

NATOLI: Io non vorrei entrare, qui, in un ragionamento sul pensiero di Kant, che ci porterebbe a spingerci troppo in un approfondimento della filosofia kantiana. Però da Kant dovremmo trarre un'idea, utile al nostro tipo di ragionamento. Quando Kant afferma che l'uomo deve agire moralmente in ragione della universalità morale e quindi non per il proprio interesse soggettivo, è comunque costretto a postulare Dio come garante della connessione tra virtù e felicità, perché, se non si desse un luogo dove virtù e felicità coincidano, il mondo sarebbe irrazionale. Quindi, perfino Kant dovette trovare una situazione in cui virtù e felicità potessero coincidere. Ma, lasciando da parte Kant, il ragionamento da svolgere dovrebbe essere in gradi di poterci far concepire l'etica (lo accennavo prima), come una strategia di riuscita, ossia una strategia di felicità. Da questo punto di vista la virtù cessa di coincidere con il sacrificio, dal quale potrebbe nascere una compensazione, magari in un altro mondo. La virtù è la competenza del proprio desiderio, ovvero il modo in cui l'individuo sa investire la propria potenza, la propria libertà. Infatti virtù - deriva dal greco areté, da cui il latino ars, ossia "arte". La virtù è, quindi, l'arte di vivere. Da questo punto di vista il virtuoso è felice non perché sarà premiato per i suoi sacrifici, ma perché sa trovare nella vita la tecnica di riuscita. Allora la felicità non sarà più un premio della virtù, ma la virtù stessa darà felicità in quanto fornirà l'abilità per conseguirla. Ecco voi vedete lì una madia con del lievito. Questo è un modo in cui, abitualmente, la felicità non viene mai pensata. La felicità è pensate sempre nei termini dell'attimo, dell'ascesa. Si pensi all'ascendere dell'attimo come se fosse il movimento tipico della felicità. Invece la felicità possiede la caratteristica tipica del lievito, e può lievitare per intero la nostra vita. Infatti "felice", in senso stretto, si può dire solo una vita intera. La virtù lievita la vita, la fa crescere costantemente dal di dentro, la matura. Abbiamo, in questo contesto, una dimensione illimitata di crescita, ma non è nel vertice della crescita che si raggiunge la felicità bensì nel continuo della vita. In questo senso la virtù è matrice di felicità, nello stesso senso in cui il lievito fa crescere la pasta, perché felice, in senso stretto, può esserlo solo una vita intera. E in una vita intera gioie e dolori possono essere funzionali alla crescita. Questa è la dimensione più profonda e più alta della felicità.

STUDENTE: Secondo Lei il rapporto con la Natura e il godimento della bellezza possono essere considerati felicità?

NATOLI: Certamente! Già prima Vi parlavo di un'esperienza esistenziale di felicità frammentaria. Ecco nel mio libro sulla felicità (permettendomi dei riferimenti, in particolare, ad alcune pagine di Carlo Emilio Gadda, Marcel Proust) emerge questa dimensione della felicità come esperienza frammentaria. Nessuno di noi direbbe che un albero, una luce, un fuoco, possano essere la felicità, perché noi la felicità la pensiamo sempre nella dimensione dell'acme, mentre noi siamo grati alla vita e ci piace vivere, non tanto per l'acme, ma perché la bellezza frammentaria della vita, quando noi neanche ce l'aspettiamo, può irrompere e sviluppare in noi un sentimento profondo, anche inconscio, di gratitudine. L'infelicità involontaria (che è quella più costante, anche se non è quella più consapevole), è, purtroppo, la più piena, perché dall'acme si può cadere; mentre, di contro, questa irruzione, questi piccoli frammenti di felicità, che irrompono in ogni momento della nostra esistenza, ci fanno amare quest'ultima. Se poi ci chiedessimo il perché non lo sapremmo neppure dire. Ma questi attimi sono che nutrono costantemente la vita, sono quegli elementi di lievito, per cui la vita, nonostante tutto, ci può sembra davvero bella.

STUDENTE: Durante la Rivoluzione Francese, è stata elaborata la teoria della felicità vegetativa. Secondo alcuni filosofi francesi l'uomo può essere felice solo nella condizione in cui è sempre vissuto e non potrebbe essere più felice di così. Detta così, questa era chiaramente una soluzione ideologica con la quale gli aristocratici volevano tentare di legittimare il proprio potere. Ma non si può dire che in questa teoria esista, comunque, un fondo di verità?

NATOLI: Un fondo di verità, in questa teoria, c'è sicuramente. E' sensato dire che si è felici in un contesto. Le forme, i modi dell'essere felice, di cui parlavo prima, non variano soltanto come modalità affettive, ossia serenità, gioia, allegria, ma variano anche come modalità epocali, perché si è sempre felici nel mondo in cui si è vissuti, in cui si sta vivendo. Esiste una connessione (e questo vale anche per il dolore) tra epoche e vite. La modalità dell'essere felici è nel tempo, nell'epoca, nel mondo in cui si è situati storicamente. Questo è un elemento di verità. Si è sempre felici secondo un'idea, perché le aspettative di felicità, anche le percezioni di felicità cambiano nel tempo e nello spazio. In un mondo culturalmente naturalistico le percezioni della felicità sono di un certo tipo, in un mondo in cui esista l'affermazione della "mano umana", dell'artificio, le percezioni della felicità saranno di un altro tipo. Melodie e armonie diverse possono provocare vibrazioni diverse di felicità in tempi diversi. Si pensi al suono di una chitarra e di un clavicembalo rispetto ad una grande orchestra. Ecco: sono percezioni fruibili da sensibilità non confrontabili tra loro, perché la vita di un uomo, rispetto a un'epoca, che cos'è? E' un respiro. Quindi c'è un aspetto di verità in quella teoria: si è felici nel contesto, nel mondo in cui si vive. Quale fu, invece, l'elemento di errore, rispetto al quale, giustamente, gli Illuministi polemizzarono con la cultura ufficiale del loro tempo? E' che questo mondo non sia trasformabile. Se per un verso si può essere felici nel mondo in cui si è, non è detto che non si possa modificare il mondo e quindi allargare l'universo del gusto, della sensibilità e della percezione, fatta salva una considerazione: non è nella sovraeccitazione che è possibile trovare la felicità. Il vizio degli eredi perversi dell'Illuminismo è di ritenere che solo nella sovraeccitazione sia possibile trovare la felicità, e non invece nella capacità di accoglienza, di silenzio, di ascolto, di ricezione dell'altro. Di qui l'idea che la felicità possa essere fabbricata dall'esterno. Ecco, questo è il rischio: allargare la sensibilità sì, ma immaginare che la felicità possa essere fabbricata per acquisizione e non per accoglienza, è l'errore che, molte volte, porta gli uomini alla disperazione, tramite l'illusione che si possa essere felici solo perché si può ottenere, avere, tanto. E non è affatto vero.

STUDENTE: Lei prima ha parlato di felicità come attimo immenso, quindi legato a una concezione di perdita del tempo. Ma, allora, si può dire che la cognizione del tempo, dell'uomo sia una cognizione infelice?

NATOLI: Questa domanda è molto interessante perché, nel risponderLe, mi permette di mettere assieme, diciamo, i due temi che sono emersi in questa nostra discussione. Sicuramente nella dimensione dell'attimo cade l'esperienza del tempo. Ci si sente divini. Quando gli antichi greci affermavano che gli dei fossero felici, la parola che essi usavano era reia zoontes, cioè vivono scorrendo (rei vuol dire "scorrere"), ossia senza ostacolo. Il tempo fluisce in un modo così uniforme da non permettere la percezione del suo continuo spezzarsi. Ecco perché il tempo, psicologicamente, si allarga. Perché esso è continuo, in esso non c'è elemento di rottura. Ecco nella effusività, nel "grande abbraccio" con l'universo circostante il tempo si ferma. E' il tempo ad introdurre la caduta. Baruch Spinoza, un grande filosofo, ebreo olandese, affermò: poiché in variatione vivimus, poiché "noi viviamo nella variazione", ci sentiamo più o meno felici a secondo che cresciamo o diminuiamo. Ne segue che il tempo, di per sé, non produce infelicità, ma può cambiare la natura dell'essere felici. E allora si passa dalla immagine del Bacio di Klimt, ossia l'estasi dell'istante, all'immagine del lievito sulla madia, che lievita gradualmente. Nel tempo tutti i momenti devono essere funzionali alla crescita, al conquistare il tempo col tempo. Ecco perché la felicità, quella vera e profonda, può appartenere solo ad una vita intera, perché, se noi pretendessimo l'attimo, incontreremmo la morte. Soltanto quando l'attimo ricade nella vita, come il lievito, la vita può crescere attraverso gli attimi. Ecco perché l'attimo non può essere preteso. Ma cresce anche attraverso il resto: alle nostre abilità, alle nostre virtù, alla capacità di modulare l'esistenza, al reciproco dono che ci scambiamo con il nostro vivere: tutti questi sono meccanismi che fanno crescere la vita. E perfino il dolore la può far crescere. Ecco allora perché l'attimo può essere atteso, ma non può essere preteso, e perché il tempo può essere, da noi, fecondato. Dovremmo sempre tenere presente nella nostra mente questa "doppia faccia" della felicità.

STUDENTE: Si può anche affermare, per quanto riguarda il rapporto tra felicità e tempo, che non si possa sempre ritenere possibile un vita interamente felice, perché essendo la vita di ogni essere umano composta da attimi, questi ultimi potrebbero essere sia attimi di felicità che di infelicità.

NATOLI: Noi potremmo pensare ad una vita interamente felice, se tutti questi attimi che la compongono (ed ecco ritornare il tempo che si conquista col tempo) noi fossimo capaci di valorizzarli. E' la conclusione del ragionamento svolto da me poco fa: non dovremmo pensare che la felicità stia soltanto nel godimento, nella soddisfazione immediata, ma dovremmo renderci in grado di concepire la felicità nella capacità di vittoria. Quale modo più grande di accrescersi del vincere, del superare l'ostacolo? Se noi intendessimo la felicità soltanto in termini di fruizione, ne perderemmo il più alto messaggio. Perché chi vince una partita di calcio ha pure sofferto fisicamente. Nella felicità può esserci il dolore. Ma quale dolore? Il dolore del protendersi, come quello dell'atleta. Perché l'espandersi che cos'è? E' il protendersi all'estremo. Ecco perché la felicità pigra, rappresentabile dall'atto puro dell'ingoiare, non può essere la felicità vera. La felicità è nel tendersi. In tutto questo può giocare la sua parte anche la stessa sofferenza. Ricordiamoci di un fatto: il tempo, in quanto movimento, sviluppa un protendersi lineare.

STUDENTE: Abbiamo cercato su Internet dei siti riguardanti il tema della felicità. E devo dire che ce ne sono davvero molti, la maggior parte dei quali incentrati sui filosofi e sul loro rapporto con il problema della felicità. Ho notato una cosa davvero curiosa: la maggior parte di questi siti vertono sulla visione della felicità dei filosofi antichi, come, per esempio, Epicuro, e le sue speculazioni esposte nella Lettera su la felicità. oppure Aristotele, e le sue tesi su felicità e virtù. La cosa davvero curiosa è che non si trovano siti sul tema della felicità vista dal punto di vista della filosofia orientale. Mancano all'appello dei siti web ospitanti testimonianze su di una visione moderna o contemporanea della felicità Le vorrei chiedere: perché anche gli autori moderni o contemporanei scrivono saggi sulla concezione classica della felicità, di autori come Epicuro, Platone e Aristotele?

NATOLI: Direi che per molti versi sia un fenomeno spiegabile. Sullo stile orientale di conquistare la felicità, invece, è davvero strano che ci sia così poco al riguardo su Internet. Di questi tempi i modelli orientali stanno entrando sempre più prepotentemente all'interno della nostra cultura ma sarebbe bene tener conto del fatto che essi non appartengono né alla nostra cultura, né alla nostra civiltà. E' interessante che siano ancora molto presenti i filosofi antichi, perché i filosofi antichi sono quelli che meglio hanno usato la metafora del lievito. Vale a dire la possibilità di coltivare tutti i momenti nella propria vita e far crescere la vita intera. La filosofia moderna, la filosofia contemporanea ha lavorato più sulle condizioni di felicità, ossia sulla rottura dei vincoli, che possono gravare sulla capacità soggettiva di conquistarsi la felicità. Ed è singolare che oggi, alla fine della modernità, dopo che tanto abbiamo lavorato sulle condizioni di felicità, sulla libertà del bisogno, per trovare la felicità si torni agli antichi. Perché? Perché non è nell'esterno che c'è la felicità, ma nella capacità di fare lievitare infinitamente la propria vita come una buona pasta, come una sana pasta. I vecchi, grandi classici del pensiero: quelle sono immagini filosofiche davvero grandi della felicità!
L'attimo della felicità si brucia e ci brucia. Ed è fecondo, se ricade in ogni momento nella vita.

 

poi io sono filosofica adoro la filosofia e troverò la risposta e sarà sicuramnte la migliore.....

ma sono d'accordo con schopenhauer e epicuro......

Lettera sulla felicità
Epicuro

 

Meneceo,
Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell'animo nostro. Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l'età. Ecco che da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l'avvenire. Cerchiamo di conoscere allora le cose che fanno la felicità, perché quando essa c'è tutto abbiamo, altrimenti tutto facciamo per possederla. Pratica e medita le cose che ti ho sempre raccomandato: sono fondamentali per una vita felice.
Prima di tutto considera l'essenza del divino materia eterna e felice, come rettamente suggerisce la nozione di divinità che ci è innata. Non attribuire alla divinità niente che sia diverso dal sempre vivente o contrario a tutto ciò che è felice, vedi sempre in essa lo stato eterno congiunto alla felicità. Gli dei esistono, è evidente a tutti, ma non sono come crede la gente comune, la quale è portata a tradire sempre la nozione innata che ne ha. Perciò non è irreligioso chi rifiuta la religione popolare, ma colui che i giudizi del popolo attribuisce alla divinità. Tali giudizi, che non ascoltano le nozioni ancestrali, innate, sono opinioni false. A seconda di come si pensa che gli dei siano, possono venire da loro le più grandi sofferenze come i beni più splendidi. Ma noi sappiamo che essi sono perfettamente felici, riconoscono i loro simili, e chi non è tale lo considerano estraneo. Poi abìtuati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza. L'esatta coscienza che la morte non significa nulla per noi rende godibile la mortalità della vita, senza l'inganno del tempo infinito che è indotto dal desiderio dell'immortalità. Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c'è da temere nel non vivere più. Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l'affligge la sua continua attesa. Ciò che una volta presente non ci turba, stoltamente atteso ci fa impazzire. La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c'è, quando c'è lei non ci siamo noi. Non è nulla né per i vivi né per i morti. Per i vivi non c'è, i morti non sono più. Invece la gente ora fugge la morte come il peggior male, ora la invoca come requie ai mali che vive. Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, cosi non teme di non vivere più. La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere. Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce.
Chi ammonisce poi il giovane a vivere bene e il vecchio a ben morire è stolto non solo per la dolcezza che c'è sempre nella vita, anche da vecchi, ma perché una sola è la meditazione di una vita bella e di una bella morte. Ancora peggio chi va dicendo: bello non essere mai nato, ma, nato, al più presto varcare la soglia della morte. Se è cosi convinto perché non se ne va da questo mondo? Nessuno glielo vieta se è veramente il suo desiderio. Invece se lo dice cosi per dire fa meglio a cambiare argomento. Ricordiamoci poi che il futuro non è del tutto nostro, ma neanche del tutto non nostro. Solo cosi possiamo non aspettarci che assolutamente s'avveri, né allo stesso modo disperare del contrario. Cosi pure teniamo presente che per quanto riguarda i desideri, solo alcuni sono naturali, altri sono inutili, e fra i naturali solo alcuni quelli proprio necessari, altri naturali soltanto. Ma fra i necessari certi sono fondamentali per la felicità, altri per il benessere fisico, altri per la stessa vita. Una ferma conoscenza dei desideri fa ricondurre ogni scelta o rifiuto al benessere del corpo e alla perfetta serenità dell'animo, perché questo è il compito della vita felice, a questo noi indirizziamo ogni nostra azione, al fine di allontanarci dalla sofferenza e dall'ansia. Una volta raggiunto questo stato ogni bufera interna cessa, perché il nostro organismo vitale non è più bisognoso di alcuna cosa, altro non deve cercare per il bene dell'animo e del corpo. Infatti proviamo bisogno del piacere quando soffriamo per la mancanza di esso. Quando invece non soffriamo non ne abbiamo bisogno. Per questo noi riteniamo il piacere principio e fine della vita felice, perché lo abbiamo riconosciuto bene primo e a noi congenito. Ad esso ci ispiriamo per ogni atto di scelta o di rifiuto, e scegliamo ogni bene in base al sentimento del piacere e del dolore. È bene primario e naturale per noi, per questo non scegliamo ogni piacere. Talvolta conviene tralasciarne alcuni da cui può venirci più male che bene, e giudicare alcune sofferenze preferibili ai piaceri stessi se un piacere più grande possiamo provare dopo averle sopportate a lungo. Ogni piacere dunque è bene per sua intima natura, ma noi non li scegliamo tutti. Allo stesso modo ogni dolore è male, ma non tutti sono sempre da fuggire. Bisogna giudicare gli uni e gli altri in base alla considerazione degli utili e dei danni. Certe volte sperimentiamo che il bene si rivela per noi un male, invece il male un bene. Consideriamo inoltre una gran cosa l'indipendenza dai bisogni non perché sempre ci si debba accontentare del poco, ma per godere anche di questo poco se ci capita di non avere molto, convinti come siamo che l'abbondanza si gode con più dolcezza se meno da essa dipendiamo. In fondo ciò che veramente serve non è difficile a trovarsi, l'inutile è difficile. I sapori semplici danno lo stesso piacere dei più raffinati, l'acqua e un pezzo di pane fanno il piacere più pieno a chi ne manca.
Saper vivere di poco non solo porta salute e ci fa privi d'apprensione verso i bisogni della vita ma anche, quando ad intervalli ci capita di menare un'esistenza ricca, ci fa apprezzare meglio questa condizione e indifferenti verso gli scherzi della sorte. Quando dunque diciamo che il bene è il piacere, non intendiamo il semplice piacere dei goderecci, come credono coloro che ignorano il nostro pensiero, o lo avversano, o lo interpretano male, ma quanto aiuta il corpo a non soffrire e l'animo a essere sereno. Perché non sono di per se stessi i banchetti, le feste, il godersi fanciulli e donne, i buoni pesci e tutto quanto può offrire una ricca tavola che fanno la dolcezza della vita felice, ma il lucido esame delle cause di ogni scelta o rifiuto, al fine di respingere i falsi condizionamenti che sono per l'animo causa di immensa sofferenza. Di tutto questo, principio e bene supremo è l'intelligenza delle cose, perciò tale genere di intelligenza è anche più apprezzabile della stessa filosofia, è madre di tutte le altre virtù. Essa ci aiuta a comprendere che non si dà vita felice senza che sia intelligente, bella e giusta, né vita intelligente, bella e giusta priva di felicità, perché le virtù sono connaturate alla felicità e da questa inseparabili. Chi suscita più ammirazione di colui che 133 ha un'opinione corretta e reverente riguardo agli dei, nessun timore della morte, chiara coscienza del senso della natura, che tutti i beni che realmente servono sono facilmente procacciabili, che i mali se affliggono duramente affliggono per poco, altrimenti se lo fanno a lungo vuol dire che si possono sopportare? Questo genere d'uomo sa anche che è vana opinione credere il fato padrone di tutto, come fanno alcuni, perché le cose accadono o per necessità, o per arbitrio della fortuna, o per arbitrio nostro. La necessità è irresponsabile, la fortuna instabile, invece il nostro arbitrio è libero, per questo può meritarsi biasimo o lode. Piuttosto che essere schiavi del destino dei fisici, era meglio allora credere ai racconti degli dei, che almeno offrono la speranza di placarli con le preghiere, invece dell'atroce, inflessibile necessità. La fortuna per il saggio non è una divinità come per la massa – la divinità non fa nulla a caso – e neppure qualcosa priva di consistenza. Non crede che essa dia agli uomini alcun bene o male determinante per la vita felice, ma sa che può offrire l'avvio a grandi beni o mali. Però è meglio essere senza fortuna ma saggi che fortunati e stolti, e nella pratica è preferibile che un bel progetto non vada in porto piuttosto che abbia successo un progetto dissennato. Medita giorno e notte tutte queste cose e altre congeneri, con te stesso e con chi ti è simile, e mai sarai preda dell'ansia. Vivrai invece come un dio fra gli uomini. Non sembra più nemmeno mortale l'uomo che vive fra beni immortali.

.1 La ragione smascherata: il non senso della volontà ed il dolore(A. Schopenhauer : Il mondo come volontà e rappresentazione, §§ 58-63; 68)

§ 58

Qualsiasi soddisfacimento, o ciò che in genere suol chiamarsi felicità, è propriamente e sostanzialmente sempre negativo, e mai positivo. Non è una sensazione di gioia spontanea, e di per sé entrata in noi, ma sempre bisogna che sia l'appagamento d'un desiderio. Imperocché desiderio, ossia mancanza, è la condizione preliminare d'ogni piacere. Ma con l'appagamento cessa il desiderio, e quindi anche il piacere. Quindi l'appagamento o la gioia non può essere altro se non la liberazione da un dolore, da un bisogno: e con ciò s'intende non solo ogni vero, aperto soffrire, ma anche ogni desiderio, la cui importunità disturbi la nostra calma, e perfino la mortale noia, che a noi rende un peso l'esistenza. Ora, è difficilissimo raggiungere e menare a compimento alcunché: a ogni nostro proposito contrastano difficoltà e fatiche senza fine, e a ogni passo si accumulano gli ostacoli. Quando poi finalmente tutto è superato e raggiunto, nient'altro ci si può guadagnare, se non d'essere liberati da una sofferenza, o da un desiderio: quindi ci si trova come prima del loro inizio, e non meglio. Direttamente dato è a noi sempre il solo bisogno, ossia il dolore. Invece l'appagamento e il piacere non li possiamo conoscere che mediatamente, per ricordar la passata sofferenza e privazione, venuta meno all'apparire di quelli. Da ciò proviene, che dei beni e vantaggi, che possediamo in effetti, non siamo punto ben persuasi, né li apprezziamo, bensì ci sembra naturale l'averli; che essi ci letiziano solo indirettamente, con l'impedir sofferenze. Bisogna averli perduti, per sentirne il pregio: perché il bisogno, la privazione, il soffrire è la sensazione positiva, che si manifesta direttamente. Perciò anche ci rallegra il ricordo di angustia, malattia, bisogni superati, che tal ricordo è l'unico mezzo per godere dei beni presenti. Nemmeno è da negare, che sotto questo rispetto e dal punto di vista dell'egoismo, il quale è la forma della volontà di vivere, lo spettacolo o la descrizione di mali altrui ci dà soddisfazione e piacere.[…] Tuttavia ci si mostrerà in seguito, che questa maniera di gioia, proveniente da siffatta mediata conoscenza del nostro benessere, sta molto vicina alla sorgente della vera e propria malvagità positiva. Che ogni felicità sia di natura soltanto negativa, e non positiva; che non possa quindi esser mai durevole appagamento o letificazione, ma sia sempre nient'altro che liberazione da un dolore o bisogno, al quale o un nuovo dolore oppur languore, vuota nostalgia e noia deve seguire; è provato anche in quel fedele specchio dell'essenza del mondo e della vita, che è l'arte, e soprattutto nella poesia. Ché ogni poesia epica o drammatica ha soltanto capacità di rappresentare uno sforzo, un'aspirazione attiva, una lotta per la conquista della felicità, e non mai la felicità stessa durevole e compiuta. Conduce il suo eroe attraverso mille traversie e pericoli fino alla mèta: appena questa è raggiunta, lascia tosto cadere il sipario. Ché altro non le resterebbe, se non mostrare che la luminosa meta, in cui l'eroe sognava di trovare la felicità, era una beffa; e quando l'ha toccata, egli non si trova meglio di prima. Poiché una vera, durevole felicità non è possibile, non può nemmeno essere oggetto dell'arte. E' vero, che l'idillio precisamente si propone di rappresentarla: ma si vede, appunto, che l'idillio come tale non si può reggere. Sempre, nelle mani del poeta, o diventa epico, ed è allora semplicemente un epos di poco rilievo, intessuto di piccoli dolori, piccole gioie, e piccoli sforzi: e questo è il caso più frequente; o si riduce a poesia descrittiva, descrive la bellezza della natura, cioè propriamente il puro conoscere fuor della volontà, che invero è in effetti il solo bene reale, cui né sofferenza né bisogno precede, né rimorso, né dolore, né vuoto, né tedio necessariamente segue. Ma un tal bene non può riempir tutta la vita, bensì appena qualche istante[…].

Tutto quanto dovevano chiarire queste considerazioni, l'irraggiungibilità di durevole soddisfazione e il valore negativo d'ogni felicità, trova spiegazione in ciò ch'è mostrato alla fine del secondo libro; che cioè la volontà, di cui è oggettivazione la vita umana come ogni fenomeno, è un aspirar senza meta e senza fine. L'impronta di questa infinità troviamo stampata anche in tutte le parti del suo intero fenomeno, dalla forma più generale di questo, spazio e tempo senza fine, al più perfetto di tutti i fenomeni, alla vita e all'ansia degli uomini. Si possono teoricamente ammettere tre estremi della vita umana, e considerarli come elementi della vita realmente umana. In primo luogo, il poderoso volere, le grandi passioni […]. Apparisce nei grandi caratteri storici; è rappresentato nell'epos e nel dramma: ma può mostrarsi anche in una piccola sfera,[…] Indi, in secondo luogo, il puro conoscere, il percepir le idee, che ha per condizione una conoscenza emancipata dal servigio della volontà: la vita del genio[…]. Finalmente, in terzo luogo, la massima letargia della volontà, e quindi della conoscenza che ne dipende: vuota aspirazione, paralizzante noia[…]. La vita individuale, lungi dal permanere in uno di codesti estremi, appena raramente li tocca, ed il più spesso non è che fiacco e vacillante appressarsi ora a questa ora a quella parte, un povero volere oggetti meschini, che ognora si rinnova e così ci sottrae alla noia. E' davvero incredibile, come insignificante e priva di senso, vista dal di fuori, e come opaca e irriflessivo, sentita dal di dentro, trascorra la vita di quasi tutta l'umanità. E' un languido aspirare e soffrire, un sognante traballare attraverso le quattro età della vita fino alla morte, con accompagnamento d'una fila di pensieri triviali. Gli uomini somigliano a orologi, che vengono caricati e camminano, senza sapere il perché; ed ogni volta, che un uomo viene generato e partorito, è l'orologio della vita umana di nuovo caricato, per ancora una volta ripetere, frase per frase, battuta per battuta, con variazioni insignificanti, la stessa musica già infinite volte suonata. Ciascun individuo, ciascun volto umano e ciascuna vita non è che un nuovo breve sogno dell'infinito spirito naturale. della permanente volontà di vivere; non è che una nuova immagine fuggitiva, che la volontà traccia per gioco sul foglio infinito dello spazio e del tempo, lasciandola durare un attimo appena percettibile di fronte all'immensità di quelli, e poi cancellandola, per dar luogo ad altre. Nondimeno, e in ciò è l'aspetto grave della vita, ognuna di tali immagini fugaci, ognuno di tali insipidi capricci dev'essere pagato dalla intera volontà di vivere, in tutta la sua violenza, con molti e profondi dolori, e in ultimo con un'amara morte, a lungo temuta, finalmente venuta. Per questo ci fa così subitamente malinconici la vista d'un cadavere. La vita d'ogni singolo, se la si guarda nel suo complesso, rilevandone solo i tratti significanti, è sempre invero una tragedia; ma, esaminata nei particolari, ha il carattere della commedia. Imperocché l'agitazione e il tormento della giornata, l'incessante ironia dell'attimo, il volere e il temere della settimana, gli accidenti sgradevoli d'ogni ora, per virtù del caso ognora intento a brutti tiri, sono vere scene di commedia. Ma i desideri sempre inappagati, il vano aspirare, le speranze calpestate senza pietà dal destino, i funesti errori di tutta la vita, con accrescimento di dolore e con morte alla fine, costituiscono ognora una tragedia. Così, quasi il destino avesse voluto aggiungere lo scherno al travaglio della nostra esistenza, deve la vita nostra contenere tutti i mali della tragedia, mentre noi non riusciamo neppure a conservar la gravità di personaggi tragici, e siamo invece inevitabilmente, nei molti casi particolari della vita, goffi tipi da commedia.

Ma per quanto i grossi e piccoli tormenti riempiano ogni vita umana, tenendola in perenne inquietudine e moto, non possono tuttavia coprir l'insufficienza della vita rispetto alla soddisfazione dello spirito, e il vuoto e l'insulsaggine dell'esistenza, né bandire la noia, ch'è sempre a pronta a empire ogni pausa lasciata dall'angoscia. Di Ià è venuto, che lo spirito umano, non ancora contento delle angosce, amarezze e occupazioni impostegli dal mondo reale, si crea per di più, in forma di mille variate superstizioni, un mondo immaginario, col quale si affatica in tutti i modi, dissipandovi e tempo e forze, non appena il mondo reale gli lasci un riposo ch'egli non sa gustare. Codesto è anche spessissimo, in origine, il caso di quei popoli, cui la dolcezza del clima e del suolo fa agevole la vita; soprattutto degli Indù, e poi dei Greci, dei Romani, e più tardi degl'Italiani, Spagnuoli e così via. Demoni, Dei e santi si crea l'uomo a propria immagine; a essi devono incessantemente venire tributati sacrifizi, preci, adornamento di templi, voti e conseguenti offerte, pellegrinaggi, saluti, addobbo delle loro immagini, ecc. Il loro culto s'intreccia dappertutto con la realtà, anzi l'oscura: ogni avvenimento della vita vien preso allora come un effetto dell'azione di quegli esseri: i rapporti con loro riempiono metà della vita, alimentano diuturnamente la speranza e diventano spesso, pel fascino dell'illusione, più interessanti dei rapporti con la vita reale. Sono l'espressione e il sintomo del doppio bisogno, che spinge l'uomo da una parte verso aiuto e sostegno, dall'altra verso occupazione e passatempo: e quand'anche operino spesso all'opposto contro il primo di codesti bisogni, facendo sì che, in caso di sventure e pericoli, vengano e tempo prezioso e forze non già usati a difendersene, bensì vanamente sciupati in preghiere e sacrifizi, appunto per questo servono ancor meglio al secondo bisogno, mediante quella fantastica comunicazione con un sognato mondo di spiriti. E questo è il frutto, tutt'altro che disprezzabile, d'ogni superstizione.

 

§ 59

Siamo ormai persuasi a priori, per le generalissime considerazioni fatte, per avere investigato i primi fondamenti elementari della vita umana, che questa già per sua generica disposizione è incapace d'ogni vera felicità, anzi è essenzialmente un dolore in molteplici forme, e uno stato al tutto infelice. Potremmo adesso suscitare questa persuasione molto più vivacemente in noi, se, procedendo più a posteriori, venissimo a esaminare casi meglio determinati, presentassimo immagini alla fantasia e volessimo con esempi raffigurare il martirio senza nome, che esperienza e storia ci offrono, da qualunque parte si guardi, e sotto qualsivoglia aspetto s'investighi. Ma il capitolo non avrebbe mai fine, e ci allontanerebbe dal punto di vista della generalità, che è essenziale alla filosofia. Inoltre una cotale analisi potrebb'esser forse tenuta per semplice declamazione sull'umana miseria, come se ne son fatte tante, e come tale accusata d'essere unilaterale, perché procederebbe da fatti singoli. Da codesto rimprovero e sospetto va perciò esente la nostra affatto fredda e filosofica dimostrazione, procedente dall'universale, e condotta a priori, dell'inevitabile dolore radicato nell'essenza della vita. La conferma a posteriori è facile averla dovunque. Ciascuno, che si sia svegliato dai primi sogni di giovinezza, e abbia osservato la propria e l'altrui esperienza, e guardato intorno nella vita, nella storia del passato e del tempo suo, come infine nelle opere dei grandi poeti, troverà per risultanza, quando un pregiudizio incancellabilmente impresso non paralizzi il suo giudizio, che quest'umano mondo è il regno del caso e dell'errore, i quali senza pietà vi imperano, nelle grandi come nelle piccole cose; e accanto a quelli agitano inoltre follia e malvagità la sferza. Di là deriva, che ogni cosa buona si faccia strada solo a fatica, e alcunché di nobile e di saggio ben raramente venga alla luce, raggiungendo efficacia o attenzione; mentre l'assurdo e lo stolto nel dominio del pensiero, il triviale e lo scipito nel dominio dell'arte, il malvagio e l'insidioso nel dominio delle azioni, soli tengono il campo, appena turbati da brevi interruzioni. E viceversa l'eccellenza in ogni genere è sempre un'eccezione, un caso tra milioni; sì che, quando s'è manifestata in un'opera durevole, questa, dopo esser sopravvissuta al rancore dei suoi contemporanei, rimane isolata, e la si conserva come un aerolito, caduto da un ordine di cose diverso da quello che qui regna. Per ciò che tocca poi la vita individuale, ogni storia di vita è una storia di dolore; che ogni corso vitale è, di regola, una prolungata serie di grandi e piccole sventure, che ciascuno cela del suo meglio, perché sa come altri raramente ne proverebbero simpatia o compassione, bensì quasi sempre soddisfazione, vedendo un'immagine delle pene da cui sono essi in quel momento immuni. E forse non si darà mai il caso che un uomo, al termine della sua vita, se capace di riflessione e in pari tempo sincero, desideri di ricominciarla; ma invece ben più volentieri sceglierà il completo non essere. Il contenuto essenziale del celeberrimo monologo nell'Amleto è, ridotto in breve, questo: il nostro stato è così miserabile, che un completo non essere dovrebbe senz'altro essergli preferito. Ora, se il suicidio ci portasse veramente al non essere, sì che l'alternativa " essere o non essere " ci stesse innanzi nel pieno significato della parola, sarebbe assolutamente da scegliere, come una desiderabilissima conclusione.[…]

[…] Donde ha preso Dante la materia del suo Inferno, se non da questo nostro mondo reale? E nondimeno n'è venuto un inferno bell'e buono. Quando invece gli toccò di descrivere il cielo e le sue gioie, si trovò davanti a una difficoltà insuperabile: appunto perché il nostro mondo non offre materiale per un'impresa siffatta. Perciò non gli rimase se non trasmetterci, in luogo delle gioie paradisiache, gli ammaestramenti, che a lui furono colà impartiti dal suo antenato, dalla sua Beatrice, e da differenti santi. Da ciò apparisce abbastanza chiaro, di qual natura sia questo mondo. E' vero bensì che nella vita umana, come in ogni cattiva mercanzia, il lato esterno è mascherato con falso splendore: sempre si cela ciò che soffre; mentre quanto può ciascuno procacciarsi di pompa e di lustro porta in evidenza, e quanto più interna contentezza gli manca, tanto più desidera nell'opinione altrui passare per felice.[…]

 

§ 61

[…] Nella coscienza salita al suo più alto grado, la coscienza umana, deve anche l'egoismo, come la conoscenza, il dolore, la gioia, aver toccato il vertice più alto, e deve nel modo più terribile palesarsi il contrasto degli individui, da esso determinato. Ciò vediamo dappertutto, nel piccolo come nel grande; ciò vediamo ora sotto l'aspetto terrificante, nella vita di grandi tiranni e uomini scellerati, e nelle guerre che devastano il mondo, ora sotto l'aspetto ridicolo, dov'è fatto tema di commedia; e in particolar modo si rivela nella presunzione e nella vanità,[…] tale ci appare nella storia del mondo e nella nostra propria esperienza. Ma nel modo più evidente balza fuori, non appena una qualche turba di uomini sia sciolta da ogni legge e ordinamento: allora si mostra subitamente con tutta evidenza il bellum omnium contro omnes, che Hobbes, nel primo capitolo De cive, mirabilmente ha descritto. Appare, che non soltanto ciascuno cerca di rapire all'altro ciò ch'egli stesso vuol avere, ma spesso addirittura v'ha chi, per accrescere d'un trascurabile incremento il proprio benessere, tutto il bene o la vita dell'altro distrugge. Questa è l'espressione suprema dell'egoismo, i cui fenomeni, sotto tale rispetto, possono venir superati soltanto da quelli della malvagità vera e propria, la quale affatto disinteressatamente, senz'alcun proprio vantaggio, cerca il danno e il dolore altrui.[…]

[…] Una tra le principali sorgenti del dolore, il quale abbiamo veduto essenzialmente ed inevitabilmente connaturato a tutta la vita, non appena questa in realtà e con determinata figura si mostri, è quella Eris, la lotta fra gl'individui tutti, l'espressione del dissidio interiore, da cui è travagliata la volontà di vivere, e che per mezzo del principio individuationis viene alla luce: mezzo barbaro di render visibile direttamente e crudamente tale dissidio sono le lotte tra gli animali. In questo originario contrasto risiede una sorgente inesauribile di dolore[…]

§ 62

[…]la prima e semplice affermazione della volontà di vivere non è se non l'affermazione del proprio corpo, ossia esplicazione della volontà mediante atti nel tempo, fin dove il corpo, nella sua forma e natura disposta a' suoi fini, rappresenta la stessa volontà spazialmente - e non oltre. Codesta affermazione si dimostra sotto specie di conservazione del corpo, usando a ciò tutte le forze di esso. A lei si collega direttamente la soddisfazione dello stimolo sessuale; anzi, questa appartiene a quella, in quanto i genitali al corpo appartengono. Perciò la volontaria, da nessun motivo determinata rinunzia alla soddisfazione di quello stimolo, è già un rinnegar la volontà di vivere, è una spontanea autosoppressione di esso stimolo in seguito a sopravvenuta conoscenza che agisce come quietivo: perciò tal rinnegamento del proprio corpo si presenta già come un'opposizione della volontà contro il suo proprio fenomeno. Imperocché sebbene qui il corpo oggettivi nei genitali la volontà della propagazione, questa non viene tuttavia voluta. Appunto perciò, ossia per essere rinnegamento o soppressione della volontà di vivere, tale rinunzia è una grave e dolorosa vittoria su noi stessi;[…].Ora, mentre la volontà presenta quell'autoaffermazione del proprio corpo in un numero infinito d'individui coesistenti, può, in grazia dell'egoismo connaturato in ciascuno, molto facilmente in un individuo andar oltre codesta affermazione, fino alla negazione della stessa volontà, manifestantesi in un altro individuo. La volontà del primo irrompe nei confini dell'altrui affermazione di volontà, sia in quanto l'individuo l'altrui corpo distrugge o ferisce, sia in quanto costringe le forze dell'altrui corpo a servir la volontà propria, invece della volontà che in quello stesso altrui corpo si palesa; come, per esempio, quando alla volontà, palesantesi in forma d'altrui corpo, le forze di codesto corpo sottrae, e con ciò accresce la forza a servizio della volontà propria oltre i termini naturali di questa; sì che afferma la volontà propria oltre il suo proprio corpo, mediante negazione della volontà manifestantesi in un corpo estraneo. Quest'irrompere nei confini dell'altrui affermazione di volontà fu chiaramente conosciuto dai più remoti tempi, e il suo concetto espresso con la parola ingiustizia. Imperocché le due parti interessate riconoscono istantaneamente la cosa; non già, invero, come l'abbiamo qui esposta in limpida astrazione, bensì come sentimento. Chi subisce l'ingiustizia sente l'irromper nella sfera dell'affermazione del suo proprio corpo, mediante negazione di essa da parte di un individuo estraneo, sotto forma d'un dolore diretto e morale, affatto distinto e diverso dal male fisico, provato in pari tempo per l'azione stessa, o dal rammarico del danno. D'altra parte, a quegli che commette l'ingiustizia si affaccia la cognizione ch'egli è, in sé, la volontà medesima, la quale anche in quell'altro corpo si manifesta, e nell'un fenomeno s'afferma con tale veemenza, da farsi negazione appunto della volontà stessa nell'altro fenomeno, oltrepassando i confini del proprio corpo e delle sue forze; quindi egli, considerato come volontà in sé, combatte per l'appunto con la sua veemenza contro se medesimo, se medesimo dilania; anche a lui s'affaccia questa cognizione istantaneamente, non già in astratto. ma come oscuro sentimento: e questo è chiamato rimorso, ossia, più precisamente nel caso sopraddetto, sentimento della commessa ingiustizia.[…]

§ 63

[…] Il fenomeno, l'oggettità dell'unica volontà di vivere è il mondo, in tutta la molteplicità delle sue parti e figure. L'essere, e il modo dell'essere, nel tutto come in ciascuna parte, è costituito solo dalla volontà. Essa è libera, essa è onnipotente. In ogni cosa appare la volontà, quale essa medesima in sé e fuori del tempo si determina. Il mondo non è che lo specchio di questo volere; ed ogni limitazione, ogni male, ogni tormento, che il mondo contiene, appartengono all'espressione di ciò che la volontà vuole: sono quali sono, perché essa così vuole. E' rigorosa giustizia, quindi, che ogni creatura sopporti l'essere in genere, e quindi l'essere della sua specie e della sua particolare individualità, interamente com'essa è, e in condizioni quali esse sono, in un mondo quale esso è, governato dal caso e dall'errore, temporaneo, effimero, ognora sofferente: e qualunque sorte le tocchi, qualunque le possa toccare, sarà sempre giustizia. La responsabilità dell'essere e della costituzione del mondo può essa solamente, e nessun altro, portare: poiché come potrebbe un altro assumerla per sé? Se si vuol vedere ciò che gli uomini, moralmente considerati, sono in tutto e per tutto, si consideri in tutto e per tutto il loro destino. Esso è penuria, miseria, strazio, tormento e morte. L'eterna giustizia impera: s'essi non fossero, presi collettivamente, così dappoco, non sarebbe neppure il lor destino, collettivamente preso, così triste. In questo senso possiamo dire: il mondo stesso è il giudizio universale. Se si potesse mettere in un piatto di bilancia tutto il dolore del mondo, e tutta la colpa del mondo nell'altra, la bilancia starebbe sicuramente in bilico.

Certo che alla conoscenza, quale essa, dalla volontà in proprio servizio generata, si forma nell'individuo in quanto tale, il mondo non appare come da ultimo si disvela all'osservatore, ossia come oggettità dell'una e unica volontà di vivere, che è l'individuo medesimo; invece il velo di Maja, come dicono gl'Indiani, turba lo sguardo dell'inconscio individuo: a lui, in luogo della cosa in sé, apparisce solo il fenomeno nel tempo e nello spazio, nel principio índividuationis, e nelle rimanenti forme del principio di ragione. In questa limitata cognizione non vede l'essenza delle cose, che è unica, bensì i suoi fenomeni, distinti, disgiunti, innumerevoli, contraddittori.[…]

§ 68

[…]Come vedemmo odio e malvagità aver per condizione l'egoismo, e questo poggiar sulla conoscenza circoscritta nel principio individuationis; così trovammo essere origine ed essenza della giustizia, nonché, salendo più in su, dell'amore e della nobiltà fino ai gradi più alti, l'oltrepassamento di quel principio individuationis. Che solo il guardar di là da questo sopprime la distinzione tra l'individuo nostro e gli altri, e rende possibile e spiega la perfetta bontà dell'animo, fino al più disinteressato amore e al più generoso sacrifizio di sé. Ma, dato in alto grado di chiarezza questo superamento del principio individuationis, data questa diretta cognizione della volontà identica in tutti i suoi fenomeni, essa eserciterà immediatamente sulla volontà un influsso procedente ancor più lontano. Se invero davanti agli occhi d'un uomo quel velo di Maja, che è il principium individuationis, s'è tanto sollevato, che quest'uomo non ponga più l'egoistico divario tra la sua persona e l'altrui, bensì agli altrui dolori tanta parte prenda, quanta ai propri, e quindi non soltanto sia in altissima misura soccorrevole, ma pronto addirittura a sacrificar se stesso non appena più individui estranei sian da salvare col sacrificio suo; allora ne consegue spontaneamente che un tale uomo, il quale in tutti gli esseri il suo più intimo e più vero io riconosce, anche gl'infiniti mali d'ogni vivente tiene come suoi, e così fa suo il dolore del mondo intero. Nessun dolore gli è più straniero. Tutti gli affanni altrui, ch'egli vede e può sì raramente lenire; tutti gli affanni, di cui ha notizia indiretta, o che semplicemente conosce come possibili, agiscono sullo spirito di lui come i suoi propri. Non è più l'alterno bene e male della sua persona, quel ch'egli ha in vista, com'è il caso degli uomini ancor prigionieri dell'egoismo; invece, scorgendo egli di là dal principio individuationis, tutto gli è ugualmente vicino. Conosce il tutto, ne comprende l'essenza, e la trova sempre involta in un continuo perire, in un vano aspirare, in intimo contrasto e in perenne dolore; vede, dovunque guardi, la sofferente umanità e la sofferente animalità, e un mondo evanescente. E tutto è a lui così vicino, com'è vicina all'egoista la sua propria persona. Ora, come potrebb'egli mai, con tal conoscenza del mondo, questa vita affermare con continui atti di volontà, e in siffatto modo sé ognora più strettamente alla vita avvincere, sempre più forte a sé stringerla? Se adunque colui il quale ancor prigioniero nel principio índividuationis, nell'egoismo, soltanto singole cose conosce, e il rapporto di esse con la sua persona; e quelle diventan poi motivi sempre rinnovati del suo volere; viceversa quella cognizione del tutto, dell'essenza delle cose in sé, diventa un quietivo della volontà lei genere e in particolare. La volontà si distoglie oramai dalla vita: ha orrore dei suoi piaceri, nei quali riconosce l'affermazione di quella. L'uomo perviene allo stato della volontaria rinunzia, della rassegnazione, della vera calma e della completa soppressione del volere. A noi, che ancora avvolge il velo di Maja, traluce a momenti, in mezzo a dolori nostri pesantemente sofferti o a dolori altrui vivacemente percepiti, la conoscenza della vanità e amarezza della vita, e allora con piena, definitivamente risoluta rinuncia vorremmo strappare al desiderio il suo pungolo, a ogni dolore sbarrare il cammino, purificarci e santificarci; ma tosto ci riafferra nelle sue maglie l'illusione del fenomeno, e di nuovo i suoi motivi mettono in moto la volontà: né perveniamo a districarcene. Gli adescamenti della speranza, la lusinga del presente, la dolcezza dei piaceri, il benessere, ond'è partecipe la nostra persona in mezzo al travaglio d'un mondo doloroso, in balìa del caso e dell'errore, ci traggono novellamente a sé e stringono di nuovo i legami. Perciò dice Gesù: " E' Più facile a una gomena passare attraverso una cruna d'ago, che a un ricco venire nel regno di Dio ". […]

 

 

La felicità consiste nel provare quello che c'è di bello nella vita. Si tratta di un’abilità individuale, e non di un’eventualità del destino: tutti possono essere felici se imparano a capire come si fa ad esserlo. Infatti, per vivere una vita felice è necessario essere capaci di godere di ciò che già si ha.  La felicità non va ricercata nel futuro, ma nel presente, perché non dobbiamo dimenticare che il nostro attuale presente è il futuro che immaginavamo per noi qualche tempo fa. Molti dei nostri desideri sono stati realizzati, ambiziosi traguardi sono stati raggiunti…Ma siamo forse per questo ‘Felici’ ora? La risposta, sono sicura, è ‘no’, o meglio ‘ancora no’. Ognuno di noi ha qualcosa che ancora gli manca per essere felice: il matrimonio, un lavoro, la carriera, la casa, la laurea, la vacanza…L’evasione dal presente, l’incapacità di prendere decisioni, la tendenza alla procastinazione determinano l’idealizzazione del proprio futuro, che intanto diventa il presente e la storia continua. La felicità, sempre rimandata all’indomani, continua a sfuggire alla nostra esistenza, nell’illusione che qualche forza magica, soprannaturale o anche proveniente da qualche misteriosa area del proprio sé possa finalmente risvegliarsi e risolvere per incanto tutti i problemi. A volte l’infelicità deriva dalla sensazione di non avere o non avere abbastanza, di ciò che è necessario per vivere bene. Molto spesso si tratta di bisogni indotti dall'ambiente sociale ed in particolare da quei ‘persuasori occulti’ che, con logiche sottili ed ingannevoli, cercano di condizionarci nelle scelte e soprattutto nei consumi.

La verità è che, se vogliamo essere felici, possiamo esserlo immediatamente, perché la felicità non è nel futuro, ma nel momento presente: non conta quanto abbiamo, ma quanto riusciamo a godere di quello che possediamo.

E’ inutile trascorrere la vita inseguendo il successo, la fama, i soldi e il potere: mentre lottiamo e competiamo per raggiungere tutto ciò, ci allontaniamo inevitabilmente dai nostri valori e ci rendiamo schiavi di un sistema che da noi vuole sempre di più e sempre di meglio. Solo concentrandoci sul processo anziché sul risultato, allontanandoci dalla competizione e dalle illusioni condizionanti coniate ad arte dagli strateghi della comunicazione, potremo ritrovare la gioia nelle piccole cose della vita quotidiana e ritornare ad impostare la vita secondo i nostri valori.

Infine un’ultima considerazione: solo l’essere umano comprende il senso della morte, perché è nel pacchetto delle sue conoscenze, sin da quando era bambino. La consapevolezza della propria sicura fine lo spaventa e per dimenticare questa paura tenta di esorcizzarla tentando di non pensarci. E’ un comportamento infantile, un meccanismo di difesa basato sulla negazione. La morte esiste e dunque tanto vale tenerne conto. Se la vita deve essere breve, facciamo almeno che sia lieta e lasciamo i tormenti, le angosce, le competizioni, gli accumuli, a quelli che pensano di non dover morire mai.

La felicità esiste, ne ho sentito parlare.
Bufalino, Gesualdo Il malpensante, Bompiani, Milano, 2004, p. 111.

Si è più felici in solitudine che in compagnia. Non deriverà forse dal fatto che in solitudine si pensa alle cose e che in compagnia si è costretti a pensare alle persone?
Chamfort, Nicolas Massime e pensieri, Guanda, Parma, 1998, p. 56.

Si è felici soltanto quando i piaceri e le passioni sono soddisfatti.
Châtelet, Émilie du Discorso sulla felicità, Sellerio editore, Palermo, 1992 p. 36.

La nostra felicità non dipende soltanto dalle gioie attuali ma anche dalle nostre speranze e dai nostri ricordi. Il presente si arricchisce del passato e del futuro.
Châtelet, Émilie du Discorso sulla felicità, Sellerio editore, Palermo, 1992 p. 51.

Uno dei grandi segreti della felicità è moderare i desideri e amare ciò che già si possiede.
Châtelet, Émilie du Discorso sulla felicità, Sellerio editore, Palermo, 1992 p. 52.

L'uomo più felice è colui che non vuole cambiare il proprio stato.
Châtelet, Émilie du Discorso sulla felicità, Sellerio editore, Palermo, 1992 p. 53.

Ogni età ha la felicità che le è propria.
Châtelet, Émilie du Discorso sulla felicità, Sellerio editore, Palermo, 1992 p. 65.

Se vuoi una vita felice, devi dedicarla a un obiettivo, non a delle persone o a delle cose.
Einstein, Albert Pensieri di un uomo curioso, Mondadori, Milano, 1997, p. 143.

Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità (...). Da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità.
Epicuro Lettera sulla felicità (a Meneceo), Stampa alternativa, Milano, 1992, p. 5.

A volte, da noi dipende più la felicità altrui che la nostra.
Gervaso, Roberto Il grillo parlante, Bompiani, Milano, 1983, p. 143.

L'uomo più felice è quello che è in grado di collegare la fine della sua vita con l'inizio di essa.
Goethe, Johann Wolfgang Massime e riflessioni, TEA, Milano, 1988, p. 58.

Chi opera lietamente e si rallegra del suo operato, è felice.
Goethe, Johann Wolfgang Massime e riflessioni, TEA, Milano, 1988, p. 260.

Si gusta doppiamente la felicità faticata.
Gracián, Baltasar Oracolo manuale e arte di prudenza. [Roncoroni]

Per essere perfettamente felici bisognerebbe non sapere nulla della propria felicità: ma c'è mai stato un solo sentimento umano, per quanto puro, che non sia stato sfiorato da qualche impercettibile riflessione?
Jankélévitch, Vladimir Aforismi, Dedalo, Bari, 2000, p. 58.

L'uomo non può essere partecipe della felicità o dell'infelicità altrui fin tanto che non si sente egli stesso soddisfatto.
Kant, Immanuel Bemerkungen, Meltemi Editore, Roma, 2001, p. 63.

La felicità è formata di sventure evitate.
Karr, Alphonse Aforismi, Newton Compton, 1993, p. 77.

Non si è mai tanto felici né tanto infelici quanto si crede.
La Rochefoucauld, François de Massime, Rizzoli, Milano, 1992, p. 45 (49).

La felicità sta nel gusto e non nelle cose; si è felici quando si ha ciò che ci piace e non quando si ha ciò che gli altri trovano piacevole.
La Rochefoucauld, François de Massime, Rizzoli, Milano, 1992, p. 45 (48).

Ad alcuni per essere felici manca davvero soltanto la felicità.
Lec, Stanislaw J. Pensieri spettinati. [Roncoroni]

La felicità è un modo di vedere.
Ojetti, Ugo Sessanta. [Roncoroni]

Penso che prima di tutto essere in buona salute vi rende felici, ma funziona anche nell'altro modo. Secondo me è molto meno probabile che un uomo felice si ammali che non un uomo infelice.
Russell, Bertrand Bertrand Russell dice la sua, Longanesi, Milano, 1982 (1960), p. 108.

Tutto quel che sapete far bene contribuisce alla vostra felicità.
Russell, Bertrand Bertrand Russell dice la sua, Longanesi, Milano, 1982 (1960), p. 113.

C'è un unico errore innato, ed è quello di credere che noi esistiamo per essere felici.
Schopenhauer, Arthur L'arte di insultare, Adelphi, Milano, p. 63.

La sola felicità è quella di non nascere.
Schopenhauer, Arthur L'arte di insultare, Adelphi, Milano, p. 107.

Quando siamo felici noi siamo sempre buoni, ma quando siamo buoni non sempre siamo felici.
Wilde, Oscar Il ritratto di Dorian Gray, Mondadori Scuola, Milano, 1990, p. 96

Con i grandi filosofi alla scoperta della felicità

“Distrazione. Non avendo potuto sanare la morte, la miseria, l'ignoranza, gli uomini hanno deciso, per essere felici, di non pensarci .”
Blaise Pascal

“Vivete, se volete dar retta a me, non aspettate domani…”
Pierre de Ronsard

“Il percepire di vivere appartiene alle cose piacevoli in sé.”
Aristotele

“La filosofia è un'attività che, con discorsi e ragionamenti, ci procura la vita felice.”
Epicuro (riportato da Sesto Empirico)

Per noi uomini, esseri destinati a perire, la felicità è la più sentita delle aspirazioni e un'esigenza impellente. Il tempo scorre inesorabile e, in ogni singolo istante, rincorriamo affannosamente la buona ora – o bonheur come si chiama in francese la condizione a cui tanto aneliamo –, ma la meta ci sembra sempre difficile e sfuggente.

Eppure, per conquistarla e conservarla una volta raggiunta, disponiamo di una risorsa straordinaria: il pensiero. Se ne comprendiamo la forza, se ne sfruttiamo a pieno le potenzialità, diventiamo padroni della nostra vita interiore e ci apriamo la via alla completa soddisfazione e alla serenità. Occorre però tenere in esercizio questa prodigiosa facoltà evitando che si addormenti, e lo strumento più efficace per farlo è proprio la filosofia, che altro non è se non ginnastica per l'intelletto.

Scrittore e opinionista molto stimato in Francia, Henri Pena-Ruiz prende spunto in questo libro dalle affermazioni dei più grandi pensatori di ogni tempo – da Socrate a Cartesio, da Montaigne a Nietzsche, e tanti altri – per accompagnare i lettori in tredici “passeggiate della mente”, tredici itinerari accessibili a tutti e intellettualmente stimolanti. Fra racconti e analisi, momenti poetici e considerazioni filosofiche, l'autore non vuole offrirci facili ricette per essere felici, tutt'al più qualche consiglio, come: “scacciare le paure e le angosce che paralizzano, ricorrendo alla ragione per capirne i fenomeni”; “coltivare la felicità di comprendere, che diventa per abitudine gioia semplice e forte”; “di fronte alle incertezze che assillano, associare pazienza e coraggio”.

Non un ponderoso e impenetrabile saggio filosofico, ma un testo brillante che offre innumerevoli spunti di riflessione, Filosofia della felicità è un invito a prenderci cura dei nostri pensieri per coltivare al meglio il gusto per la vita, il gusto per il mondo e il gusto per gli altri. Un libro da leggere per non lasciarci sfuggire nessuna occasione di felicità

Epicuro (341-270 a.C.) 

Le filosofie post-aristoteliche, dette anche filosofie ellenistiche, focalizzarono il loro interesse su problematiche di ordine etico. In quell'età - l'Ellenismo (323 a.C. - 30 a.C.) - la filosofia definisce infatti in modo diverso il proprio compito. Fino ad Aristotele essa si era data come mèta la conoscenza del reale, scorgendo in essa il fine supremo del pensiero e della vita stessa; ora si accentua particolarmente l'ideale pratico, e compito specifico della filosofia diventa quello di indicare i contenuti e le condizioni di realizzabilità di una vita giusta e felice. Da qui la nascita delle tre grandi scuole filosofiche dell'Ellenismo: Epicureismo, Stoicismo e Scetticismo. Il fine che questi tre indirizzi avevano di vista era identico: quello di garantire all'uomo la tranquillità dello spirito. Ma le vie che essi additano per raggiungere tale fine erano molto diverse.

E' di Epicuro la celebre sentenza: "Vana è la parola del filosofo se non allevia qualche sofferenza umana". Se la filosofia ha diritto di cittadinanza nel mondo degli uomini, ciò è dovuto alla sua capacità di placare le sofferenze che la vita comporta. Il valore della filosofia è dunque strumentale: il suo fine principale è di raggiungere la felicità. Epicuro ritiene infatti che la verità possa facilmente essere scoperta e compresa dall'uomo e che quindi la filosofia, come attività che ci permette di conoscere razionalmente la verità, sia alla portata di tutti ed abbia un carattere liberatorio. E' naturale quindi, come corollario, che la filosofia sia per tutti - uomini e donne - e per tutte le età. Coerentemente con questa tesi, le comunità epicuree erano aperte a tutti, senza distinzione di sesso o di condizione sociale. "Se siamo felici abbiamo tutto ciò che ci occorre", e la felicità è ottenibile da parte di tutti ed è per tutti. Per possederla però il giovane deve liberarsi dalle paure "per affrontare con coraggio l'avvenire", mentre il vecchio deve saper conservare i bei ricordi per rimanere giovane nello spirito. La filosofia si presenta sotto una duplice veste: da una parte insegna, attraverso la conoscenza della natura delle cose, a liberare la mente dalle inquietudini; dall'altra insegna a godere dei piaceri della vita. E' quello che Epicuro esprime nella sua dottrina del quadrifarmaco: la filosofia 
1) libera l'uomo dalla paura degli dèi; 
2) libera l'uomo dalla paura della morte; 
3) dimostra la brevità e provvisorietà del dolore; 
4) dimostra la facile raggiungibilità della felicità, che consiste nel piacere.

Vediamo uno per uno i singoli punti.

1) Per quanto riguarda il timore verso gli dèi, Epicuro sostiene che gli dèi di certo esistono, hanno forma simile all'umana ma più perfetta, ed abitano gli spazi vuoti tra i mondi (intermundia) che sono infiniti, ed in essi ogni cosa è composta di atomi e vuoto. L'uomo non deve avere paura degli dèi perché essi non si preoccupano né del mondo né tantomeno dell'uomo. Ogni preoccupazione sarebbe infatti contraria alla loro beatitudine giacché sarebbe una sorta di obbligo nei nostri confronti, mentre invece essi sono senza obblighi e beati. D'altra parte, nel mondo vi è il male e ciò indica che gli dèi non intervengono. Infatti -dice Epicuro - "la divinità o vuol togliere i mali o non può, oppure può e non vuole o anche non vuole né può o infine vuole e può. se vuole e non può, è impotente; se può e non vuole, è invidiosa; se non vuole e non può, è invidiosa e impotente; se vuole e può, donde viene l'esistenza dei mali e perché non li toglie?" (fram. 374 Usener). Perciò il saggio, liberato dalle superstizioni, può vivere con pienezza la sua vita terrena e attingere in questo modo la felicità.

2) La morte non deve essere temuta perché... non è nulla. "Quando ci siamo noi, la morte non c'è, e quando c'è la morte, non ci siamo noi", dice Epicuro. Inoltre, visto che la morte consiste nella separazione dell'anima dal corpo e visto che per Epicuro anche l'anima è materiale essendo composta da atomi, nel momento della morte, quando gli atomi si separano, ogni sensazione cessa, e noi non 'sentiamo' più nulla, né dolore né piacere. La morte è quindi semplice assenza di sensazioni, ed è dunque sciocco averne paura.

3) Per dimostrare la brevità del dolore, Epicuro afferma quanto segue: se il male è lieve, il dolore fisico è sopportabile, e non è mai tale da offuscare la gioia dell'animo; se è acuto, passa presto; se è acutissimo, conduce presto alla morte, la quale non è che assoluta insensibilità. E i mali dell'anima? Essi sono prodotti dalle opinioni fallaci e dagli errori della mente, contro i quali c'è la filosofia e la saggezza.

4) La felicità è facilmente raggiungibile e consiste nel piacere. Ma che cosa intende Epicuro per piacere? Per rispondere dobbiamo anzitutto dire che si assiste qui ad un clamoroso rovesciamento di valori e di fini: a differenza di Platonismo, Aristotelismo e anche Stoicismo (lo vedremo la prossima volta), il piacere viene considerato da Epicuro come il principio e il fine della vita felice. Direi di più: il piacere è il bene primo, connaturato con noi stessi. L'uomo quindi è felice secondo natura, a meno che non gli manchi qualcosa. Infatti il piacere è la felice sensazione di pienezza che l'uomo prova naturalmente se non lo limitano dei piaceri insoddisfatti. Tutto ciò che dobbiamo fare è mantenerci nel piacere, eliminando le cause che disperdono la pienezza del nostro essere. L'infelicità degli uomini deriva dal fatto che essi temono le cose che non devono essere temute e desiderano le cose che non è necessario desiderare e che sfuggono loro. Sono dunque privati dell'unico piacere autentico, che è il piacere di essere. Anziché rappresentarci i mali in anticipo per prepararci a subirli, dobbiamo, al contrario, staccare la nostra mente dalla visione delle cose dolorose e fissare lo sguardo sui piaceri. Occorre far rivivere il ricordo dei piaceri passati e godere dei piaceri del presente, riconoscendo quanto siano grandi e piacevoli tali piaceri del presente. Non tanto quindi vigilanza, quanto scelta deliberata, sempre rinnovata, della distensione e della serenità, ed una gratitudine profonda verso la natura e la vita che ci offrono incessantemente, se sappiamo trovarli, il piacere e la gioia ("Sia reso grazie alla beata natura che fece le cose necessarie facilmente procacciabili, quelle difficilmente procacciabili non necessarie"). Vivere nel momento presente è, ancora una volta, un invito alla distensione e alla serenità: la preoccupazione rivolta al futuro, che ci lacera, ci nasconde il valore incomparabile del semplice fatto di esistere. Inoltre, per gli Epicurei, proprio il piacere è una sorta di "esercizio spirituale": piacere intellettuale della contemplazione della natura, pensiero del piacere passato e presente, piacere infine dell'amicizia. Nell'esaltare l'amicizia, Epicuro assume a volte dei toni di pura poesia. Vi è per lui nella amicizia (philia) una serenità più profonda, superiore anche a quella dell'amore (eros), perché più facilmente si può conservare libera da sentimenti che procurano dolore come la gelosia o il dolore del distacco o la paura di non essere riamati.

L'atteggiamento di Epicuro verso gli altri uomini è riassumibile nella sua massima: "E' non solo più bello ma anche più piacevole fare il bene anziché riceverlo". In questa massima, il piacere assurge a fondamento e a giustificazione della solidarietà fra tutti gli uomini. E infatti Diogene Laerzio ci testimonia l'affetto di Epicuro per i genitori, la sua fedeltà agli amici, il suo senso di solidarietà umana (cfr. Vite dei filosofi, X, 9).

Noi compiamo tutte le nostre azioni - dice Epicuro - al fine di non soffrire e di non avere l'animo turbato. Se ci troviamo già in questa condizione, non desideriamo nulla, perché nulla ci manca. E' questo l'obiettivo da raggiungere, è in questo che consiste la felicità o il piacere, e cioè appunto nella aponia (assenza di dolore fisico) e nella atarassia (assenza di dolore spirituale). E' qui il "segreto" della felicità degli dèi ed è questo il motivo per cui noi dobbiamo imitarli, anche se essi non si curano di noi. In altre parole, la felicità consiste nel piacere stabile, che è assenza di dolore, e non nel piacere in movimento, che sono i momenti di gioia, di allegria, e simili. Se è così, la pienezza del piacere si attinge nella caduta del desiderio. Non per nulla, per Epicuro, solo i desideri naturali e necessari vanno appagabili (quelli legati alla salute, alla vita, al piacere), mentre gli altri vanno limitati o abbandonati. Da questo punto di vista, è più felice un vecchio che un giovane. Dice infatti Epicuro: "Non il giovane è felice, ma il vecchio che ha vissuto una vita bella; poiché il giovane nel fiore dell'età è mutevole ludibrio della sorte; il vecchio invece giunse a vecchiezza come a tranquillo porto e di tutti i beni che prima aveva con dubbio sperato ora ha sicuro possesso nella tranquilla gioia del ricordo".

Il piacere - in quanto sensazione interiore - deve essere posto come norma delle nostre affezioni. Il principio è il seguente: ogni piacere è di per sé un bene, ma non è detto che le sue conseguenze nel tempo siano vantaggiose per noi. Viceversa, ogni dolore è un male, ma non è detto che da un male non possa derivare un bene per noi. Quindi il piacere diventa la norma su cui giudicare le nostre azioni perché ci suggerisce cosa scegliere, spingendoci verso ciò che nel tempo ci è più favorevole. Solamente un accorto calcolo dei piaceri può far sì che l'uomo basti a se stesso e non diventi schiavo né dei desideri né delle preoccupazioni, rinunciando ai piaceri da cui deriva un dolore maggiore (per fare un esempio attuale si pensi alle droghe o al fumo o al bere) e sopportare i dolori da cui potrà derivare un piacere maggiore. Insomma, per Epicuro il piacere è il bene completo e perfetto quando sia inteso come non aver dolore nel corpo né turbamento nell'animo. Per questo egli fa un elogio della phronesis (=saggezza, prudenza), considerata il fondamento di tutte le virtù. Essa ci abitua a contenere i desideri, a valutare con cura le conseguenze delle nostre scelte, prevedendo un ampio margine di sicurezza, per evitare che da un bene abbia a derivarne un male. Dice infatti Epicuro: "Per ognuno dei desideri va posta questa domanda: che cosa mi accadrà se si realizza il mio desiderio, e che cosa, se non si realizza?". In conclusione, la vita sarà felice se saprà essere vissuta con saggezza, semplicità e giustizia. "Non ci può essere vita felice se non è anche saggia, bella e giusta; e non vi è vita saggia, bella e giusta che non sia anche felice. Le virtù sono infatti connaturate ad una vita felice, è questa è inseparabile dalle virtù".

Agli uomini del suo tempo, Epicuro ricordava che il vero bene è sempre e soltanto in noi. Il vero bene è la vita, e a mantenere la vita basta pochissimo, e quel poco è a disposizione di tutti, di ogni singolo uomo.

 

è vero che la felicità è solo per un attimo e appena ti chiedi il motivo della tua felicità te la senti scappare dalle mani, la senti scivolare via piano piano e non sai quando tornerà, ed allora ti affanni per far sì che sia il più presto possibile ma più la cerchi e più ti dai da fare per trovarla più lei se ne sta nascosta e prolunga la sua attesa e allora stai male e pensi che non potrai più essere felice e quando sei lì lì per rinunciare eccola che torna, inaspettata e allora fai in modo che duri per sempre, che quell'attimo sia eterno ma non lo è, come può esserlo in questo mondo pieno di menzogne?la felicità è solo un attimo fugace che non va cercata perchè non si fa vedere, si nascoste tra le cose del mondo e si nasconde in fondo al cuore, è timida e quando la trovi si nasconde da un'alòtra parte.....

e anche per oggi ho dato il mio contributo alla filosofia

Scritto da: Eowynrohan alle ore 14:51 | link | commenti (1) | categoria: